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Sunny

Far East Film Festival 2012 Locandina

Gli occhi dell’adolescenza in Corea.
Raccontiamo ora del Far East Film Festival, l’immensa e brulicante kermesse udinese dedicata alla cinematografia orientale. All’ombra dell’enorme immagine del panda arroccato in stile king kong (con un effetto geniale!), abbiamo approfittato della gentilezza dello staff e abbiamo ottenuto di poterci confrontare con Kang Hyun-chul, regista e sceneggiatore coreano di Sunny, uno dei primi film in programma al FEFF. L’idea che ci ha spinto ad andare “ad Oriente” è stata prima di tutto la voglia di confrontarci sul tema della giovinezza con una cultura così diversa e “lontana” dalla nostra (per quanto, come vedremo anche nella stessa intervista a Kang Hyun-chul, molta parte dell’immaginario artistico, musicale, emotivo, dagli anni Ottanta a oggi è proprio la stessa, tra Oriente e Occidente). La scelta del film è stata guidata dal tema affrontato dal soggetto: la rivisitazione dell’adolescenza con gli occhi dei “grandi”; e sullo sfondo la storia di un paese in una difficile contingenza socio-politica.

E (col senno di poi, possiamo dirlo) l’ironia, la leggerezza, la patinatura (comunque ben lontana dall’ipocrisia) che trapelano dagli occhi della telecamera che ha girato il lungometraggio, ci hanno restituito un’esperienza bellissima, e ci hanno fatto riflettere di come sia difficile “crescere fortunati”, in tutte le parti del mondo.

Alla proiezione ci sediamo e guardiamo, ascoltiamo, seguiamo con attenzione
Mattino. Ore 6.30. suona la sveglia. Una donna comincia la sua giornata scandita da sequenze di gesti a servizio di marito (distante), figlia (adolescente arrabbiata), casa, spesa, madre temporaneamente immobilizzata in un letto d’ospedale. Svolge il tutto con efficiente organizzazione e cortese gentilezza. Non sembra particolarmente felice né particolarmente infelice. Scorre, trasportata dalla sua vita per come è in quel momento.

A interrompere questo flusso impersonale, l’incontro con una compagna dei tempi del liceo: la leader delle Sunny, la banda di ragazze di cui faceva parte. Un’amica. Una persona che sta definendo la sua vita, morendo.

Ecco. Da qui avrebbe potuto iniziare la narrazione di un viaggio doloroso a ritroso verso l’adolescenza scandito dal rimpianto di strade mai percorse, persone mai diventate, sogni mai realizzati, fino alla consapevolezza – amara – di come il presente reale non sia esattamente il presente che avevamo immaginato per noi.
Oppure: avrebbe anche potuto svilupparsi in un racconto, tutto positivo, di intuizioni seguite, realizzazioni complete, svolte improvvise e fortune memorabili.

Nessuna di queste due semplici vie è quella scelta dal regista. La narrazione si basa invece su una rilettura del presente. Nella sua ricerca delle amiche perdute, Nami (la  protagonista) realizza che l’infanzia – intesa come sentimento, come anima, come attenzione alla propria vita – sia in realtà una condizione perenne che ci definisce e l’adolescenza inquieta con i suoi imbarazzi, le assolute certezze, i grandi amori e le enormi antipatie. L’infanzia non è una fase superata ed archiviata a far spazio all’età adulta ma è il nostro personale sguardo sul presente che ci proietta nel futuro. È la facoltà di utilizzare il potenziale delle nostre scelte e di riconoscerle come proprie. Non è tanto importante cosa Nami abbia fatto o cosa sia diventata la sua vita o quanto si discosti dall’orizzonte che vedeva davanti a sé quando aveva 15 anni. Reindossando la sua divisa del liceo Nami diventa protagonista della sua vita per come è ora. Non la disconosce, non la cambia, ma se ne riappropria personalmente assumendosene il carico e specchiandovisi con una più profonda consapevolezza.
La tenerezza e la lucidità di questo modo di appropriarsi della vita è quello che più ci ha fatto credere di essere nel posto giusto. Quel miracoloso scioglimento di filtri o divisioni tra l’infanzia e il resto delle età, delle maturazioni. 

Forse è con lo stesso spirito di Nami che una folla di oramai quarantenni continua ad affluire al Far East Film Festival da oltre 14 anni. Ci siamo guardati intorno, e abbiamo visto esattamente le stesse facce di sempre. I compagni d’università, prima dispersi e poi ritrovati come genitori degli amici di asilo dei figli; gli organizzatori che vedi cambiare insieme a te, ma ti sembrano sempre ancora energici come il primo anno, presi e concentrati per esprimere il meglio di sé… Non importa (ma davvero non importa … anzi, è forse un ulteriore punto a favore per tornarci, al FEFF!) se poi, guardando bene, ci siamo accorti che su qualche nuca c’erano meno capelli di un tempo, se sotto qualche maglia la pancia non era piatta come una volta, se ci specchiavamo nelle rughe dei nostri vicini … Siamo pronti a giurare di essere gli stessi di allora. O le stesse, anche se per arrivare in coda per la proiezione delle 20.00 abbiamo dovuto guadagnare l’uscita di casa dribblando mille incombenze domestiche e di lavoro, ostentando freschezza e verve (per nascondere la stanchezza dell’infinito quotidiano), fuggendo in silenzio, di nascosto dai bambini … Ma una volta raggiunta la poltroncina, la parte di Nami che è in noi ci ha lasciato gustare ogni momento del film e uscire dalla sala, pronti a godersi quella stessa giovinezza che trapela dal racconto, per poi riportarcela a casa, rispolverata e gioiosa.

L’incontro con il regista
Arriviamo quando le interviste sono già cominciate, per fortuna in uno scenario del tutto informale (non la classica sala stampa dalle grandi distanze e dai tempi scanditi), e notiamo come il giovane regista (come sempre per noi è difficile stabilire un’età a quegli incarnati così lisci, a quei volti sempre così apparentemente rilassati e sorridenti – ma ragionando sulla storia che ci ha raccontato, non supera i 36 o 37 anni) sia seduto quasi immobile sulla sedia, con le mani appoggiate alle gambe, e lo sguardo rivolto sempre al tavolo, dal quale ogni tanto solleva il bicchiere di acqua minerale. Le espressioni sono insondabili: sorrisi e pacatezza forniscono una patina di cortesia e di buon senso a tutte le risposte. Ci piace da subito questa abissale differenza di reazioni, ma spiazza leggermente il nostro modo di vivere i colloqui che abbiamo portato avanti finora (… se solo immaginiamo la timidezza di Capossela, l’espansività assoluta di Marcia Teophilo o la schiettezza di Covatta, …). Arriva il nostro turno, ci sediamo di fronte a lui e alla bravissima interprete, e cominciamo con i dovuti ringraziamenti e gli elogi sinceri per la sua opera seconda. Già quando raccontiamo del nostro progetto di teatroescuola, del nostro interesse per i più piccoli e per le loro interazioni con le arti, il suo sguardo sembra in qualche modo “fermarsi” come per concentrarsi meglio.

Che rapporto ha avuto lei con la sua infanzia e con la sua adolescenza, per riuscire a scrivere così bene e con tanta freschezza un racconto così profondo?
In realtà tutto è cominciato – come sempre capita – da un’esperienza biografica. Mi sono improvvisamente accorto che mia madre sta invecchiando: ho visto una foto di quando lei era giovane, e aveva ancora tanta parte di vita davanti e la mia prima sensazione è stata di grande malinconia. Istintivamente ho intuito che nella sua vecchiaia corre anche la mia maturità, il mio non essere più giovane … La mia quindi è stata una reazione, e ho pensato di voler riprendere un certo passato prima che fosse troppo tardi, e di restituirlo in parte a mia madre e in parte ai miei ricordi da bambino. E forse ho trasferito sullo schermo un desiderio di molti … Non avrei mai pensato che sette milioni di persone affollassero i cinema nel mio Paese (è più di un sesto della popolazione totale!!). E ho saputo, dai tanti commenti e dalle tante lettere, che più di qualche “ex ragazza” degli anni Ottanta ha deciso, dopo aver visto il film, di cercare nuovamente le sue amiche dell’adolescenza, di capire dove fossero e ricostruire con nuovi occhi il passato di quegli anni … è una soddisfazione enorme.

Il suo modo di raccontare alterna lucidità, ironia e speranza … Perchè?
Ho voluto raccontare un passaggio storico (sia personale che politico e sociale) in una chiave leggera, che salvaguardasse un’aspettativa positiva del futuro, un’energia che guarda avanti. L’ironia viene dalla vita … è lei che in qualche modo ci fa sorridere. Inseguiamo una serie di percorsi con i nostri sogni e le nostre proiezioni sul futuro, e poi un episodio qualsiasi ci porta altrove. Ho voluto spiegare, con questo film, che tutto ciò è naturale, e che per questo va preso serenamente e non come un fallimento. Anche il rapporto con la morte, che aleggia su tutto il film, non è morboso, oscuro. È un punto d’arrivo anch’esso naturale, che in questo caso porta a riflessioni anche positive. L’accettazione è alla base di tutto.

Ha mai pensato di affrontare un discorso direttamente legato all’età dell’infanzia, o dell’adolescenza; un film il cui pubblico potrebbe essere quello dei più piccoli o giovani?
Lo farò sicuramente, anche se per ora non ho ancora analizzato a fondo quel mondo come possibile target. Per me sono stati già molto imponenti lo studio e l’attenzione che ho riservato nel descrivere il mio film da due punti di vista che oggi non sono i miei: l’essere adolescenti, e donne. È stato bellissimo calarmi in quei panni, e rivivere un periodo, quello degli anni Ottanta, da un punto di vista diverso dal mio. Io allora ero un bambino e come tale percepivo la difficoltà che la Corea viveva in quel periodo: la dittatura, le lotte, i disordini, la mancanza di riferimenti. La mia infanzia non ne ha risentito perchè non riuscivo a viverlo come un dramma, che pure in quel periodo scuoteva violentemente il mio Paese. Così ho voluto rivederlo attraverso degli occhi diversi, più empatici, come possono essere quelli delle ragazze adolescenti, che hanno sempre la riserva dei sogni piena di sorprese, ma anche una lucidità più matura di quella di un bambino di otto anni. Sicuramente ho portato, però, nel film una parte del mio modo “infantile” di ricordare quel periodo: sullo sfondo degli scontri le musiche e il clima emotivo sono sempre sereni, quasi allegri. C’è sempre qualche elemento di lettura, anche nelle storie personali, che ironizza e sdrammatizza il racconto, anche quando si intuiscono le grandi tragedie che in quel periodo rivoluzionavano la Corea.

Che cosa e quanto c’è di emotivo e quanto di razionale in lei quando lavora?
Io sono sceneggiatore, oltre che regista dei miei film. La sceneggiatura è un momento totalmente emotivo. Scrivo e riscrivo pensando alle mie sensazioni, ci soffro, ci ripenso, ci lavoro completamente con il cuore. Quando invece passo alla fase della regia, quella realmente operativa, sul set: allora sono un vero operaio del cinema. Mi metto in campo fisicamente, funziono con la testa e con l’organizzazione mentale. Basta venire un’ora ad osservare come lavoriamo e lo si capisce: i miei set sono dei campi di battaglia, dei cantieri, pieni di strumenti di lavoro, di persone che corrono, spostano, aggiustano. Tutto deve corrispondere a un metodo.

Nel frattempo lo sguardo del giovane regista si è sciolto … si è staccato lentamente dal tavolo per cercare di incrociare il nostro. Le mani si sono sollevate per aiutarsi a parlare con maggior determinazione, i sorrisi si sono aperti con più leggerezza e spontaneamente. Quando, prima di congedarci, gli abbiamo chiesto come si era sentito quando uno dei migliori musicisti della nostra regione (era successo la sera precedente, in occasione della proiezione del film, che Nevio Zaninotto aveva suonato dal vivo alcune tracklist della colonna sonora, tra le quali anche la magnifica Sunny) lo aveva accolto con un omaggio musicale dal vivo, ha risposto, tra commozione e ilarità: “Spero di tornare a Udine ogni anno, perchè è un luogo stupendo e questo per me è il festival più bello del mondo!!”.

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Referenti e collaboratori attività educativa del circuito multidisciplinare Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia (Prosa, Musica, Danza)

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