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Simone Cristicchi @ teatroescuola

Secondo figlio di Dio miniIntervista a cura di Omar Manini.

Fenomenale cantastorie, diventato anche fenomeno mediatico e mobilitatore di masse che rispondono alla sua chiamata teatrale come a nessun altro. Simone Cristicchi sul palco è impegno e calore, tenacia e delicatezza, immediatezza e approfondimento.

Gli si vuole bene per ciò che fa e per come lo fa: con dedizione, trasparenza, empatia e passione.

Ogni tuo spettacolo è un evento, se ne parla prima e se ne discute dopo con un’attenzione difficilmente riscontrabile in altre occasioni, soprattutto culturali: ormai sei stato addottato dal Friuli…

Sì! Grazie all’ERT, con “Magazzino 18” ho avuto modo di girare in quasi tutti i teatri del circuito e farmi conoscere, come attore e narratore, in maniera capillare. Penso sia per questo. Poi al Friuli ho dedicato il nuovissimo spettacolo “Orcolat” (sul terremoto del 1976, nda) come atto di amicizia.

Sin da giovanissimo hai scoperto il tuo spirito artistico, dedicandoti ai fumetti per poi passare alla musica; come è avvenuto, invece, il passaggio da “semplice” cantante a cantattore?

Il debutto ufficiale come attore monologhista è stato nel 2010, però sono sempre stato abituato, anche nei miei concerti, a teatralizzare le mie canzoni, a renderle più vive a livello dell’interpretazione; quindi, dentro di me, c’è sempre stata la scintilla del teatro. Poi mi sono voluto misurare con la forma del monologo e la cosa ha funzionato, così oggi mi trovo a fare spettacoli di musica e narrazione che si mescolano e si ampliano.

Nei tuoi testi recuperi pagine storiche dimenticate, nascoste, per portarle – anche dolorosamente – alla ribalta; in altre parole contribuisci ad educare la comunità. Come ti senti in questo ruolo?

Io mi sento un viaggiatore che ritorna da alcuni percorsi e riporta quello che ha visto, che ha provato, quindi il mio punto di vista su quegli argomenti. Lo faccio per incuriosire e condividere con gli altri queste esperienze e, in questo senso, mi avvicino alla figura del professore… però io vivo di dubbi, interrogativi, ho poche certezze. Anche quando incontro i ragazzi delle scuole non mi sento di insegnargli nulla se non raccontare il mio cammino, le mie vivende ed è così che faccio anche il mio teatro, che è frutto di una scelta appassionata e soggettiva.

Hai mai pensato di riuscire a “contagiare” le persone?

Credo di sì, ho avuto questa percezione soprattutto con “Magazzino 18”. I miei spettacoli sono pieni di domande, interrogativi. Ne “Il secondo figlio di Dio”, in cui parlo di spiritualità, questa questione è anche più accentuata.

Se poi le persone vengono a teatro ed escono con un dubbio, una riflessione in più, come artista hai già fatto il tuo dovere, stimolando una riflessione che, poi, può generare anche una ricerca del tutto personale.

Le religioni spesso ci dividono: ce n’è ancora bisogno?

Oggi assistiamo a delle false religioni, come il terrorismo. Le vere religioni non hanno assolutamente questo intento, è sbagliato pensarlo, anzi!

Dobbiamo tutti ripartire dalla nostra interiorità, fare una ricerca in noi stessi, che è la cosa più importante in assoluto. Ciò che bisogna fare è cambiare il nostro modo di vivere, di rapportarci con gli altri e sentirci in questo modo parte di un grande mosaico: ognuno di noi è una piccola, ma importante, tessera per la comunità, ognuno con il suo ruolo.

Canti e narri la malattia, prima di tutto quella dell’anima: solitudine, abbandono, partenza, … . Ci parli degli ultimi, insomma, ma cosa ci possono insegnare?

Ci fanno capire che quel dolore può toccare tutti e che, come diceva Gandhi, il dolore è il nostro maestro. Noi siamo gli allievi che devono imparare perché le ferite servono per metterci di fronte al nocciolo della nostra vita, alla cosa più essenziale: l’anima.

Davanti a un dolore dobbiamo sempre sentire la parte costruttiva, imparare, certo con grande fatica, che serve a trasformarci, che è l’inizio di un cambiamento.

Diventare adulti significa abbandonare i propri sogni?

Innanzitutto, credo che bisognerebbe rallentare i nostri ritmi e tornare a guardarci negli occhi, spegnere il telefono o il computer che stanno diventanto un’ossessione, una vera schiavitù. Perché non ritornare a sentirci parte di un gruppo di esseri viventi, esseri pensanti? Dovremmo tornare al libro di carta, alla lettura, alla ricerca che aiutano a pensare in un altro modo, allargano i nostri orizzonti.

 

Simone Cristicchi è ospite delle Stagioni di Prosa 2016/2017 di Monfalcone e di Grado con IL SECONDO FIGLIO DI DIO (coproduzione PromoMusic/Centro Teatrale Bresciano)

http://www.ertfvg.it/il-secondo-figlio-di-dio/

About The Author

Referenti e collaboratori attività educativa del circuito multidisciplinare Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia (Prosa, Musica, Danza)

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