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Silvio Orlando. Quando l’intelligenza trova sempre la giusta dimensione

silvio orlando rameauIl teatro: la “casa” dell’attore a 360 gradi

Arriviamo nel Teatro di Palmanova, dove – con una serenità e una serietà rassicuranti – attori e autore stanno provando il palcoscenico, le luci, il suono. Lo spettacolo che sta per andare in scena è Il nipote di Rameau, che il nostro circuito propone al “Modena” con la collaborazione del Comune di Palmanova.

I protagonisti stanno lavorando al palcoscenico, prendono confidenza con il luogo,  perché i gesti devono essere sicuri e accoglienti, gli spazi sotto preciso controllo, i ritorni sonori ben compresi. E subito ci sentiamo “a casa”, riconosciamo le dinamiche del “teatro”, quello universale, quello stesso che in tutte le nostre esperienze con i bambini cerchiamo di assorbire, ricreare e restituire.

Rompiamo il ghiaccio con una domanda che sapevamo essere banale, ma sapevamo anche poter aprire diverse porte. Perché Diderot, e perché proprio questo testo?
“Si tratta di uno dei testi satirici più brillanti del ‘700 francese, concepito come una conversazione immaginaria e grottesca fra lo stesso autore e Jean-François Rameau, musico fallito, fine pensatore, e cortigiano convinto, che con disinvoltura e apparente naturalezza scompagina e “rivede” in modo provocatorio le lucide posizioni del grande filosofo”.

Orlando è regista e interprete di questo testo, che ha ripescato dopo molti anni di assenza dai palcoscenici italiani.
“Nel 2011 – spiega – mi è ritornata in mano quest’opera e subito ci ho riletto con inquietante corrispondenza il Paese di oggi. Quell’Italia dove, negli ultimi vent’anni, abbiamo assistito all’ascesa di un potere malato, basato sulla forza carismatica di un leader, che si è circondato, come un principe medievale, di un coacervo di cortigiani, prestati a una sorta di moderno servilismo. La cortigianeria, ai tempi di Diderot, che era certamente abbietta e poco nobile, toccava però livelli di grande intelligenza, era graffiante … per certi versi aveva persino un suo fascino.

silvio_orlando_in scenaCosì ho deciso di produrre proprio Il nipote di Rameau come primo titolo da firmare con la mia nuova, piccola società di produzione. Abbiamo iniziato in spazi piccoli, di 300 posti al massimo, poi Rameau è “cresciuto” e lo spettacolo ha cominciato a reggere luoghi e pubblici anche più vasti. La scena è costruita a “strati” pluridimensionali, e come in una scatola prospettica, si può stringere e allargare, mantenendo immutata l’atmosfera originale. E cambiare, studiando di volta in volta i volumi dello spazio, la percezione del movimento, la natura dei rapporti in scena è veramente stimolante …

Che personaggio è Rameau?
“Rameau è un impasto di alto e basso, di abbietto e di straordinario, è una contraddizione composta di tanti .. “colori”. Diderot lo affronta con rabbia, perché ne riconosce i grandi talenti spontanei, che vede sprecati, svenduti, al soldo del piccolo o grande potente di turno. La profondità del filosofo però esce in una grande luce: l’accoglienza liberatoria nei confronti del pensiero illuminista, l’importanza della formazione di un pensiero critico non offuscano la lungimiranza del pensatore, che concentra lo sguardo della sua osservazione non certo sulla ricerca del “giusto” o della “verità assoluta”, quanto sulle dinamiche che conducono alla formazione di un’idea. Gli intellettuali hanno il dovere morale di costituire un elemento di dialettica, di produrre scambi. Quando la dialettica tra poteri e popolo diventerà reale, allora il cambiamento sarà possibile e travolgerà il mondo.
Ma Rameau non ci crede: è la solita moda passeggera – pensa – … chi “figlierà” di più saranno quelli come lui e non certamente i filosofi come Diderot!”

Come cambia la gestualità corporea e il rapporto con gli spazi tra televisione, teatro o  cinema?
“Il teatro è certamente affascinante perché ti permette di affrontare sempre nuove sfide, perché ti costringe a cambiare ogni volta: devi comprendere come si riempie un palco, come al pubblico arrivano le diverse “inquadrature”. È proprio questo che dà un senso al tuo lavoro, il fatto che non ti permette mai di stufarti. Ed è anche per questo che è il teatro la “casa dell’attore” a 360 gradi. È fisicità reale, vi recuperi il rapporto con il tuo corpo, mentre, per esempio, al cinema tutto questo non accade: la concentrazione è molto più frammentata e le immagini lavorano soprattutto sul viso e sull’espressività mimica. Passare da teatro a cinema non è difficile. Il contrario, invece, non è così automatico.

Per me è abbastanza naturale … ho un atteggiamento che capta facilmente le diverse situazioni, una sorta di “termometro interno” che mi assicura di capire abbastanza agilmente il contesto.

A teatro è fondamentale intuire le esigenze del … “teatro tutto”. Della struttura, del pubblico, dell’organizzazione fisica …  Bisogna anche avere la capacità di essere pronto alle richieste del regista, del testo o … di te stesso, se, come nel mio caso, curi anche la regia dello spettacolo! Al cinema c’è una componente più “tecnica”, che lavora su dimensioni espressive diverse”.

Che rapporto ha con i personaggi? Come vi si accosta – tra teatro, cinema, tv …?
“Dipende, ci sono parti che hanno bisogno di una scansione ritmica, come una specie di tamburo che batte il tempo delle parole, in cui la struttura psicologica viene in un secondo momento; in altri, invece, prevale la natura psicologica e l’introspezione diventa molto forte.
E dipende ovviamente anche dagli “ambienti”: la cinepresa, per esempio, amplifica ogni espressione, la mette al centro di tutto. In teatro, invece, se vuoi che tutti vedano e percepiscano quello che comunichi, devi avere uno scarto interpretativo notevole … devi arrivare allo stesso modo alle prime file come al loggione, o agli ultimi posti. In questo senso è ovvio che va contemplato un approccio diverso: fisico ma anche emotivo.

Il problema delle “dimensioni” nelle quali si lavora è fondamentale: basti pensare alle prove di teatro riprese e trasmesse dalle televisioni. È una “missione” difficilissima …se fai uno spettacolo con il pubblico in sala, non puoi cambiare modo di recitare solo perché c’è una  telecamera! Il grande Eduardo ha insegnato molto anche in questo: non ha mai fatto le riprese delle sue commedie  a teatro, bensì in studio, come un vero e proprio sceneggiato televisivo.
E, per esempio, l’introduzione dei microfoni sul palcoscenico: oggi per molti tipi di teatro sono quasi scontati, connaturati al teatro stesso. Personalmente non sono contrario nè favorevole “ideologicamente”, ma è bene porre la dovuta attenzione affinché l’utilizzo del microfono non sia un viatico per l’attore, per fare meno fatica.
Lo stare in scena non è scindibile dall’emissione della voce. Mi spiego: non puoi avere un elemento che amplifica in maniera straordinaria quello che dici e risultare comunque “spento” nella globalità dell’espressione … Il microfono ovviamente può essere utile o indispensabile in certi tipi di teatro, ma va usato con estrema intelligenza e in armonia con il resto dei canali espressivi che da sempre “fanno” il teatro.
Nel teatro contemporaneo, imbevuto di cinema e quasi inscindibile anche dal mondo musicale è abbastanza naturale l’uso del microfono. Non altrettanto nel teatro classico o epico. In Moliére o in Shakespeare io proprio non credo sia necessario né opportuno.

Il vero teatro è quello senza quarta parete. Il teatro con la quarta parete è un teatro borghese, che comunica un senso di finto…  le parole non arrivano perché l’attore non ha trovato il vero senso profondo di quello che dice. Solo se chi recita è veramente a fondo il suo personaggio, la cosa “arriva”… se chi la propone trova il senso profondo a quello che sta dicendo o facendo – una parola, un gesto, un’espressione.
Nel cinema il naturalismo imita la realtà, mentre il teatro ne è sempre una sintesi: non ci si fanno troppe domande “vere”; nel cinema invece si cerca sempre una plausibilità.A teatro puoi usare qualsiasi dizione, estraniata o naturalistica che sia, ma avrai sempre la certezza della finzione. Ovvio … è una definizione generica, soprattutto oggi: basti pensare a Lars von Trier e già questa distinzione non vale più … lui per esempio ha portato il teatro sul grande schermo.

Ha mai lavorato con i ragazzi?
silvio orlando felipe_ha_gli_occhi_azzurriIn verità, ho fatto un paio di sceneggiati: Felipe ha gli occhi azzurri e Michele alla guerra e poi tanti spettacoli per le scuole, specie agli inizi. Ne conservo un tenero ricordo.
A teatro sono certo che il pubblico dei bambini è in assoluto il migliore perché accetta subito come naturale il mondo della finzione.

Ultima curiosità: ha lavorato con Roberto Paci Dalò (un compositore contemporaneo) e con Gabriele Frasca a “L’assedio delle ceneri” a Napoli … come è andata?
Più che lavorare con loro, mi hanno solo chiamato per interpretare il testo … era un’operazione molto interessante: io diventavo un predicatore del Settecento. Un ambiente strano, un’opera mista …

Lo lasciamo andare alle sue cose, l’ora dello spettacolo si avvicina, ma è veramente tranquillo. Certo, lo spettacolo è rodato. La compagnia di produzione è la sua, il risultato è evidentemente ottimo … quella che – di Silvio Orlando – al cinema e in televisione appare come un’espressione ironica, nostalgica, uno sguardo che “va oltre”, nell’impatto reale è veramente un’intelligenza serena, uno sguardo che più che andare oltre, restituisce la vera poesia del reale.

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Referenti e collaboratori attività educativa del circuito multidisciplinare Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia (Prosa, Musica, Danza)

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