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Psy al Giovanni da Udine. “Tout publique”

 

Scena da "Psy"Scena da “Psy”

Lo studio dei gesti e le reazioni dei più piccoli.
Poco dopo aver passato il nostro pomeriggio con Massimo Somaglino, siamo andati al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, dove ci aspettava il cast dello spettacolo che sarebbe andato in scena di lì a poco: Psy, della compagnia canadese Les 7 doigts de la main è una piéce di magia pluridimensionale, dove i protagonisti, eccezionali atleti e finissimi manipolatori dei propri corpi danzanti, prestano la loro straordinaria sensibilità gestuale alle nevrosi, ai paradossi, alla prigionia della mente.

Le nostre impressioni

E cominciamo proprio dallo spettacolo: sul palcoscenico una scenografia perfetta, una scatola di luce, un claustrofobico mondo casalingo, che si apre e si chiude e si contamina con la strada, il parco, la città.
Appaiono ambienti che diventano scatole, case, sale d’attesa, vetrine: tutto definito a “metà”, perché sia l’immaginazione a delimitare il fuori e il dentro e ad arrivare al mondo interiore dei personaggi. L’idea è di una dimensione spuria, danneggiata, scheggiata, monca nella quale gli artisti sembrano voler ricomporre, non sanare, ma incollare i pezzi della propria personalità, spinti fuori con forza dal big bang  doloroso e solitario della mente. Il movimento, il gesto, le acrobazie spettacolari e misurate, perfette e calcolate sono la risposta cinetica al disagio, sono l’opposizione alla forza centrifuga del malessere che porta “fuori da sè”.
Saltare per stare incollati al terreno; girare per opporsi alla circolo vizioso delle dipendenze; buttarsi fra braccia estranee per ritrovarsi; volare sul trapezio per stare nel proprio vuoto e nulla; riuscire a riposare in verticale su un palo, fra braccia che cullano, scomodi e insonni;  esplodere di rabbia, contenuti da una corda che si tende e si stende, che tiene e molla, come il gioco dei nervi …
Il movimento è salvezza: è la possibilità di stare nel proprio disagio senza esserne divorati, senza perdersi.

C’è l’atmosfera del circo in quella strana “solitudine della collaborazione”: per fare quello che fanno, i personaggi/artisti devono cooperare, eppure nell’intreccio di braccia, gambe, corpi, traiettorie e attrezzi danno l’impressione di rimanere perdutamente da soli; schizzati come le palline impazzite del flipper, da cui non riescono ad uscire, ma nel quale disegnano imprevedibili strategie di sopravvivenza. Ha una dimensione immensamente infantile, Psy: i personaggi sono proprio come i bambini, che partecipano delle proprie emozioni e reagiscono alla realtà con le reazioni immediate del corpo.
I pensieri sono azioni, gli oggetti sono strumenti, la parola è movimento, il sentimento è fisico e concreto. Sono bambini agitati che lasciano gli adulti con la bocca aperta dallo stupore: sono grandi (anche terribilmente pericolose) le cose che fanno per farsi prendere in braccio ed essere ascoltati. Il ruolo dei grandi sembra essere quello del prototipo negatvo dello psichiatra o psicologo: prende appunti e guarda, ma marca la distanza dai bambini stando assolutamente fermo, escludendosi dal movimento e quindi dall’anima. E così i bambini parlano fra bambini, si agitano fra bambini; il male fisico della mente e del cuore è affrontato con l’infantile capacità cinetica di entrare nella realtà: giocando.

Qualche domanda agli artisti
E anche l’incontro che abbiamo avuto prima dello spettacolo – sempre grazie alla collaborazione degli amici del Giovanni da Udine – con Jean Philippe Cuerrer, uno degli atleti della compagnia (giovane, sguardo sfuggente e fisico stentoreo portato con la semplicità e la gioia di un ragazzino) ci aveva lasciato presagire come il legame con l’infanzia di questo progetto non avesse nulla di razionale, come non fosse per nulla “premeditato”, e per questo ancora più intenso nei confronti dell’immaginario infantile.

Avete mai pensato a come la vostra arte arrivi ai bambini, anche quando essi non sono i diretti destinatari di essa?
Il nostro spettacolo è per definizione qualcosa che “arriva” a tutti, e che si costruisce in forme diverse a seconda delle interpretazioni alle quali è soggetto. La scelta di uno spettacolo “tout publique” ha proprio questa forza: guarda il pubblico a trecentosessanta gradi, e ne accoglie tutte le letture, spesso rispondendo (con i margini concessi) con l’improvvisazione.
Alcune parti dello spettacolo sono forti nel richiamo all’universo mentale e psichico, e creano sul palcoscenico un ambiente difficilmente intelleggibile per i bambini. Quelle invece più parodistiche, quelle che si allargano agli eccessi, alle reazioni plateali: quelle, sì, suscitano la reazione immediata dei più piccoli; sentiamo ridere e spaventarsi solo loro … Certo, tutte le espressioni sono concatenate nell’andamento dello spettacolo, ed è difficile distinguere le parti più spontanee da quelle più strutturate: Psy è un unicum, e molto coeso …

Cosa vuol dire per voi “raccontare” qualcosa, e come organizzate il racconto con un codice così distante dalla parola, e così potentemente fisico?
Il nostro modo di comunicare è studiato nei suoi dettagli più infinitesimali, perchè anche il movimento più sottile, la minima intenzione gestuale, la direzione dello spostamento possono cambiare il senso di un messaggio. Tutto quello che facciamo dipende dalla modalità espressiva che imprimiamo ai nostri gesti. Ciò che raccontiamo spesso cambia da spettacolo a spettacolo, a seconda delle tantissime variabili: il palcoscenico, gli spazi, ma anche la nostra attitudine, o il feedback del pubblico. Il tutto nel rigore assegnatoci dalla regia dello spettacolo …
Quanto all’organizzazione narrativa: le performance della nostra compagnia sono sostanzialmente composte dalla regia, dalle componenti di improvvisazione e dagli elementi “naturali”, quelli mutuati dalla vita reale. Quando montiamo uno spettacolo questi tre elementi crescono assieme, si intrecciano, si rapportano tra loro nei modi più vari, finchè si decide il taglio da dare alla narrazione e si arriva a un equilibrio tra tutte le componenti. In fondo non è molto diverso da quanto si fa per scrivere un romanzo. La difficoltà è che il linguaggio del corpo è infinitamente ambiguo e per questo più affascinante, ma maledettamente difficile.
La componente che noi sentiamo sempre più vicina, più semplice da possedere, quella che ci accosta ai nostri sentimenti più profondi è quella che traiamo dagli elementi naturali, dalla quotidianità, dalla narrazione dei dettagli della vita reale. Non a caso è proprio quell’area che più ci mette in rapporto con la nostra infanzia.

In gran parte ci avete già risposto, ma ci piace ribadirlo: secondo noi il rapporto con l’arte è prima di tutto un fatto legato alle emozioni … e voi cosa ci dite?
Non appena vedrete lo spettacolo lo intuirete senza esitazioni!! Abbiamo un rapporto con la nostra arte e con il pubblico quasi viscerale: è l’istinto che dà un verso allo spettacolo e ci lega alle sensazioni che percepiamo in chi abbiamo davanti. Questo è doveroso e imprescindibile in qualsiasi teatro “tout publique”. Le emozioni sono sempre al centro di ogni moto espressivo, e per noi passano attraverso il corpo.  L’allenamento in questo senso è totalizzante e fondamentale nelle nostre prove: allenarsi significa trovare il proprio modo di esprimersi. Per esplorare i movimenti che stiamo costruendo guardiamo per ore dentro di noi, troviamo un’espressione che vogliamo far uscire, diamo ad essa una corporeità. Siamo senza veli e disarmati: chiunque comprende, da come performiamo, quale sia il nostro stato d’animo … Smascherati, proprio come i bambini. O quello che noi pensiamo essere i bambini.

About The Author

Referenti e collaboratori attività educativa del circuito multidisciplinare Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia (Prosa, Musica, Danza)

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