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Paolo Rumiz @ teatroescuola

Come cavalli che dormono in piedi_Rumiz 2

Intervista a cura di Omar Manini.

Ora a teatro con “Come cavalli che dormono in piedi”, una narrazione sospesa tra storia, memoria e poesia, Paolo Rumiz è giornalista e narratore di lungo corso, viaggiatore per amore della vita, anche in zone dove essa sembra(va) sconfitta.

Posato e riflessivo, sta girando l’Italia anche con il progetto di un’orchestra giovanile europea (European Spirit of Youth Orchestra, “Esyo”, nda), per fare luce, emozionando, sul concetto di Europa. Anche se si dice molto rammaricato che proprio il suo Friuli l’abbia trascurato, dimostrandosi ancora una volta “un maso chiuso dove la cultura è sempre in mano alle stesse persone che vedono certe cose come un disturbo”.

Tra le varie cose, è stato un inviato della guerra dei Balcani. Che eredità ci ha lasciato? che eredità le ha lasciato?

Temo non ci abbia insegnato niente. Non abbiamo voluto capire fino in fondo ciò che è accaduto perché, forse, pensavamo che quella guerra riguardasse quel momento storico e solo quel pezzo d’Europa. Ci rifiutavamo di immaginare che fosse una cosa che, un giorno o l’altro, potesse riguardarci da vicino. Sembrava un periodo irripetibile, ma le guerre, invece, si ripetono.

A me ha lasciato una conoscenza approfondita di quelle nazioni e mi ha fatto assistere con largo anticipo a ciò che accade oggi in Europa: questo sciagurato meccanismo per cui i singoli Paesi credono di risolvere i loro problemi isolandosi, anzichè fare “rete” con gli altri. Oggi l’Europa vive una balcanizzazione senza saperlo. Uno dei grandi insegnamenti della Prima Guerra Mondiale è che è scoppiata senza che nessuno sapesse esattamente perché, nemmeno coloro che l’hanno dichiarata: siamo entrati in guerra in uno stato di sonnambulismo totale e generale. Non le sembra che ci stiamo ripetendo?

Perché riserviamo il nostro concetto di “pace” alle cose distanti, ma con il nostro vicinato neanche parliamo?

Perché siamo in un momento in cui l’eccesso di web ha sterilizzato e rarefatto i rapporti interpersonali, per cui ci è facile predicare su cose lontane, ma abbiamo perso l’arte dell’incontro.

Ha lasciato la sua storica rubrica di viaggio su “Repubblica”; sente la stanchezza del viaggiare?

Una voce interiore mi ha detto di smettere per l’età, perché ogni bel gioco dura poco e perché non volevo diventare l’ombra di me stesso che continua a fare finta di non essere invecchiato e di seguire sempre lo stesso tema. Poi avevo voglia di cambiare pelle, fare cose diverse e legate alla terra di casa mia.

Lei pensa che si viaggi più nel tempo che nello spazio, cosa intende?

Viaggiando ci si sposta anche dal ieri all’oggi e dall’oggi al domani. Un viaggiatore ha una visione di lungo periodo, guarda le grandi distanze da percorrere e quelle percorse ed è un grande visionario. In certi viaggi, poi, è profondamente immerso nel presente, ma contemporaneamente ha la testa rivolta nel passato, si trova in uno stato trans-temporale. I piedi sono per terra e la testa tra le nuvole, cosicchè è ad un’altezza tale da fargli guardare lontano e avere una visione generale sulle cose.

I giovani, oggi, sono più o meno fortunati di noi?

Il problema è la rete, per tutti. Ci ha precipitato in una realtà parallela e non ci fa vivere il tempo presente, godere il mondo così com’è. Siamo completamente strappati dalla realtà e così facendo il web consegna il mondo a un limitato numero di persone che ci governano e spostano i grandi capitali.

I ragazzi ora hanno pochissimi bravi maestri in grado di indirizzarli e coltivarli, sono lasciati a se stessi. Ci vuole qualcuno che gli insegni a trovare le loro grandi doti innate che l’abuso di internet gli impedisce di riconoscere. Dentro di noi possediamo una capacità di evocazione, narrazione che per millenni ci ha garantito la sopravvivenza e che ora non vengono più attivate.

Il suo rapporto con le nuove generazioni?

Gli incontri più interessanti li ho fatti proprio nelle scuole. Vedo generazioni che si sentono tradite e mi sento quindi in obbligo di dare un’immagine diversa della mia generazione passando loro le cose che ho faticosamente raccolto nell’esperienza di vita.

Una specie di risarcimento?

Sì, ma anche un modo di dirgli che il loro valore è molto più grande dell’aggeggio che hanno in mano. Non devono abituarsi a prendere risposte preconfezionate: devono arrivarci per conto loro, altrimenti tutta la fantasia si atrofizzerà, e questo è gravissimo!

In tutta la tua opera, c’è un libro che consiglieresti ai ragazzi?

“Il Ciclope”. È il racconto di un uomo che si chiude per alcune settimane su un’isola deserta e scopre una serie di cose nuove, fuori e dentro di sè, delle quali non aveva alcuna idea. Una metafora e un esempio…

 

Paolo Rumiz è ospite delle Stagioni di Prosa 2016/2017 di Colugna di Tavagnacco, Latisana, Premariacco, Artegna e Zoppola con COME CAVALLI CHE DORMONO IN PIEDI (produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia).

http://www.ertfvg.it/come-cavalli-che-dormono-in-piedi/

About The Author

Referenti e collaboratori attività educativa del circuito multidisciplinare Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia (Prosa, Musica, Danza)

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