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NON MI PIACE. E NON CREDO SIA VERO

SW DEFA proposito di Fa’afafine. un pensiero sulla libertà dello spettatore di guardare alle forme del teatro.

Rubo in incipit questa frase che ho trovato nel libro Il mondo secondo Star wars di Cass R. Sunstein (ed. UBE editore) che a sua volta cita una conversazione fra George Lucas e lo sceneggiatore Lawrence Kasdan a proposito dello sviluppo della storia e del destino dei personaggi di Star Wars.

Kasdan cercava di convincere Lucas a uccidere uno dei personaggi principali, uno di quelli che si amano, (tipo Luke Skywalker per intenderci) perché ciò avrebbe reso la storia più incisiva e avrebbe dato al film Il ritorno dello Jedi maggior spessore emotivo e maggiore impatto. Lucas gli risponde: “Non mi piace. E non credo sia vero”.

Come sottolinea Sunstein, sono parole sante come sacrosanto è l’ordine in cui vengono pronunciate: “non mi piace” viene prima di “non credo che sia vero”. E sono parole sacrosante che ogni spettatore elabora per sé e per la propria esperienza di spettatore.

Mi piace/non mi piace sono categorie che descrivono le esperienze estetiche che viviamo, da grandi come da piccoli, esperienze che “leggiamo” principalmente con i sensi, con la “pancia”, e associamo al nostro stare bene. Poi arriva la mente, l’elaborazione razionale, la sistemazione dell’esperienza che ciascuno di noi, grande o piccolo, organizza attraverso le proprie competenze, la propria cultura, il proprio vissuto… . Poi; ma non sempre, né necessariamente.

Le esperienze di incontro con l’arte, anche il teatro, non impegnano automaticamente la nostra razionalità e a volte non superano la porta del mi piace/non mi piace. Non andiamo a teatro con il preciso intento di imparare o di informarci sulla realtà, né da grandi, né da piccoli. Andiamo ad ascoltare una storia, che speriamo ci piacerà. E non ci piacerà solo per quello che ci racconta, anzi. Ci piacerà o non ci piacerà per come ci verrà raccontata, per la forma che il teatro – l’arte – avrà saputo dargli.

 

Questo pensiero, che riguarda la libertà dello spettatore, anche bambino, mi è venuto in mente a proposito dello spettacolo di Giuliano Scarpinato Fa’afafine. Mi chiamo Alex e sono un dinosauro (prodotto dal CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia) al centro di violente polemiche in questi giorni. Ho visto lo spettacolo a Udine in compagnia di centinaia di bambini e ragazzi, con la preoccupazione e la pesantezza – di cuore – di trovare ad aspettarci fuori dal teatro, me e quegli stessi bambini e ragazzi, degli adulti arrabbiati e sicuri delle loro idee. Lo spettacolo è ugualmente andato avanti, capace – come sempre – di portarmi con leggerezza nelle sua dimensione poetica.

Mi è venuto in mente perché i bambini e i ragazzi insieme a me, alla fine dello spettacolo hanno chiacchierato con l’attore protagonista principalmente della forma della storia. La forma, prima della storia; la storia e non il tema.

Si sarà mosso poi anche il pensiero e ciascuno dei presenti, bambini e adulti, forse avrà portato i propri passi oltre il mi piace/non mi piace. Ci incontrassimo ancora, ci racconteremmo tutte le varianti: “mi piace e credo che sia vero”, “mi piace e non credo che sia vero”, “non mi piace e credo che sia vero”, “non mi piace e non credo che sia vero”.

Mi piace anche pensare che gli spettacoli – quando sono ben fatti – muovono i due piani, i sensi e la ragione, con questo equilibrio: la certezza di ciò che mi piace/non mi piace; il beneficio del dubbio sulla verità. Allora l’arte ci muoverebbe, come persone, anche bambine, che hanno chiarito a sé stesse alcune cose di sé. È l’arte per come me la racconta Rainer Maria Rilke:

… e questa pietra sfigurata e tozza

Vedresti sotto il diafano architrave delle spalle,

e non scintillerebbe come pelle di belva,

e non eromperebbe da ogni orlo come un astro;

perché non v’è punto qui

che non ti veda. Devi cambiare la tua vita.

(Il torso arcaico di Apollo)

 

Così ci muoveremmo, e lo faremmo insieme agli altri, non da soli, ma parlando.

Fa’Afafine è una bella forma, per una bella storia prima anche di essere qualcosa d’altro. Ne rivendico come spettatore questa dimensione. E riprendendo la conversazione fra i due autentici maestri del cinema citata all’inizio credo che Giuliano Scarpinato la pensi come Lucas quando dice, chiudendo per KO l’incontro con Kasdan:

“Questa è una favola. Vuoi che tutti vivano felici e contenti e che non accada niente di brutto a nessuno. (…) La cosa fondamentale, tutta l’emozione che sto cercando di suscitare alla fine del film, sta nel sentirsi davvero sollevati, emotivamente e spiritualmente, e avere sensazioni positive sulla vita. È la cosa migliore che possiamo fare.”

Tutta la pesantezza, rimane fuori dal teatro e anche lì sarebbe meglio non si fermasse a lungo.

S.C.

 

Sull’argomento segnaliamo il post a cura di Sergio Lo Gatto per teatroecritica.net

http://www.teatroecritica.net/2017/02/faafafine-uninchiesta-tra-ideologia-e-scomparsa-del-teatro/

Mentre leggete potete ascoltare:

 

 

 

 

About The Author

Referenti e collaboratori attività educativa del circuito multidisciplinare Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia (Prosa, Musica, Danza)

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