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Massimo Somaglino

 

Massimo Somaglino (immagine tratta da mobile.pnbox.tv)

La famiglia e l’immaginario infantile
È attore e autore di teatro (di ottimo teatro, va detto), filologo, friulano, sensibile, appassionato, intenso. Se ne potrebbero trovare altre decine di aggettivi, altrettanto significativi, per accostarsi a Massimo Somaglino, che ci ha dedicato due ore abbondanti di tempo denso, rispondendo al nostro progetto di interviste con generosissima partecipazione, di contenuti ed emozioni.

Alle nostre premesse – di quanto ci interessa capire come un bambino “incappi” quasi casualmente nelle proposte artistiche (e non solo) dei grandi e le faccia proprie – Massimo risponde subito con un esempio tenerissimo e personale che ci fa insieme riflettere e sentirci “a casa” con i nostri pensieri.
È sposato a un’attrice, Massimo. Ha scelto l’arte a tutto tondo, anche se da sempre – e in particolare da quando è nata la sua bambina (nel 2004) – per lui è in famiglia che si costruiscono i primi passi della crescita umana e della creatività.
“Quando conosco per caso qualche parente di mia moglie, magari qualcuno che non mi era stato annunciato, ho immediatamente chiaro di quale zio, quale cugino o lontano parente si tratti, e lo saluto subito per nome, fra lo stupore generale”, spiega Massimo.
“Sì, perchè lei ha un modo di fare teatro che pesca inesorabilmente e con grande forza emotiva nel suo mondo infantile, nei suoi ricordi da piccola e ricostruisce le figure che ha incontrato nell’infanzia dando loro vita attraverso il suo teatro; è impossibile non ri-conoscerli, dopo che li si è visti prendere corpo attraverso i suoi racconti!”.
Quanta parte dell’Aedo del “nostro” Vinicio Capossela riconosciamo già in queste considerazioni …
E così cominciamo a parlare del teatro per l’infanzia o per ragazzi, che Massimo ha fatto, in passato, in prima persona e continua – a suo modo – a fare, proponendo le sue letture nelle scuole o nelle biblioteche di fronte agli studenti: “Non ho mai avuto la sensazione di dover catturare l’attenzione di qualcuno, quando ho lavorato con i più giovani: li sento presenti da subito, il che non succede sempre con il cosiddetto pubblico adulto”.

E, tra una risata, un commento e un ricordo gli spieghiamo il nostro percorso, e gli proponiamo le nostre domande, senza nemmeno doverle spiegare più di tanto …

Di fronte a un’opera d’arte, di qualsiasi genere (teatro, musica, arte figurativa, …) ciascuno ha qualcosa di sè che vi risuona dentro. Che funzione ha, secondo te, l’arte (e in particolare la poesia, quella dei racconti) nell’infanzia?

Mi sento di partire dal mio ruolo di genitore, prima che di artista. La famiglia, per chi vive l’infanzia, è il luogo fondamentale, quello dove si impara e si interiorizza di più. Al di là della nostra posizione particolare – quella di una bambina di otto anni che ha comunque due genitori che vivono, amano e lavorano nel teatro – io cerco di accompagnare mia figlia attraverso l’arte, in tutte le sue espressioni. La porto con me alle mostre, a teatro (da spettatore), ai concerti. E quando cerco di riprendere gli argomenti che abbiamo vissuto assieme, mi rendo conto che a volte rimangono in lei, fotografate in modo molto preciso e forte, piccole parti di quanto abbiamo visto, piccoli concetti (immagini, frasi, momenti specifici) che magari a noi “grandi” sono sfuggiti.
Penso che questo possa capitare a tutti i bambini, e credo che perchè queste esperienze formino un piccolo seme e lascino un segno è necessario che siano condivise con i genitori, che siano vissute assieme, ripensate, riprese a distanza di tempo ed elaborate in un proprio codice.
Con la mia bambina ho fatto un lungo percorso di letture. Leggiamo molto assieme, e ora è lei stessa che sceglie cosa e come leggere. Parlando, poi, con le sue maestre mi sono reso conto che è diventata un’istrionica narratrice! Quando c’è bisogno di riempire del tempo a scuola o di ridestare l’attenzione le insegnanti le chiedono di raccontare una storia, e lei inventa e racconta con estrema facilità, e soprattutto divertendosi!

Incontrare l’arte o far incontrare l’arte cosa significa per te? Esiste una componente affettiva nella relazione che si genera tra te e l’arte, e di conseguenza con quanto vuoi trasmettere a chi fruisce della tua opera?
L’arte è di per sè una relazione affettiva! E per questo, quando parliamo di bambini, sono convinto che i genitori debbano essere coinvolti nella proposta artistica che vivono i loro figli. Chi fa “arte” (tutte le arti, non solo il teatro) racconta quasi sempre dello zio che suonava il jazz, della nonna che cantava le arie d’opera … nei nuclei familiari – almeno quelli di un tempo – l’arte, intesa come espressione popolare, si “faceva”, si metteva in atto in modo semplice, con l’unico scopo di manifestare una passione. E chi (come noi, quelli della mia generazione) allora era piccolo, faceva proprie queste manifestazioni (totalmente affettive!) con grande entusiasmo. Certo, per chi (come la nostra bambina) vive nella famiglia una forma d’arte già strutturata è molto diverso. Io non ho bisogno di spiegare alla piccola quali “trucchi” si mettano in atto, dove stia la distanza tra il palcoscenico e il pubblico, cosa sia la finzione teatrale. Da un lato questo è un peccato, perchè le toglie molte curiosità, fa svanire la magia e limita l’immaginazione, ma dall’altro le dà degli strumenti di interpretazione che altri bambini non hanno, e forse è più consapevole di quello che vede.
Per avvicinare i più piccoli al teatro, come a tutte le forme d’arte che per loro natura prevedono un tramite attraverso il quale essere trasmesse, bisognerebbe forse mitigare lo iato tra chi è “sopra” e chi è “di fronte” al palcoscenico. Accompagnarli a teatro, preparare le atmosfere, spiegare loro quello che troveranno e (soprattutto) parlarne più volte dopo, ricordare l’esperienza, far proseguire le emozioni di quanto hanno conosciuto, visto, sentito, facendo leva sulla loro memoria.
Con i bambini tutto, quando è finzione, deve essere più lento: l’inizio dello spettacolo deve essere preparato; i bambini devono entrare lentamente nell’atmosfera che si va creando, in modo naturale. Specialmente per i piccolissimi questo è importante, perchè non distinguono quello che è vero da quello che è finto. E tanto più importante è svelare, alla fine, i “trucchi”, farli entrare dentro il palcoscenico (vero o immaginario che sia), farli vivere a contatto con quello che è successo durante lo spettacolo, perchè ne comprendano a fondo il significato e perchè la fine, l’uscita non sia traumatica.

Che rapporto c’è tra la tua arte e la tua infanzia?
La fonte principale delle espressioni artistiche pesca nei ricordi dell’infanzia. Ricordo con un semplice aneddoto come il custode del campetto nel quale andavo a giocare da bambino sia ancora, nel mio immaginario, “Gozzilla”! Era un uomo burbero, che quando doveva chiudere il parco ci cacciava in malo modo, e aveva anche un aspetto assai poco rassicuranteIl serbatoio della memoria infantile ha sempre quella dose di follia, di bellezza, di fantasia … se cerchiamo qualcosa da manifestare, lì la troviamo sempre!

Cos’è per te il racconto?
Una fatica!! Accettare di farmi carico della responsabilità di dover raccontare qualcosa è sempre un grande sforzo, per me … Il mio primo desiderio è sempre quello di frenare le emozioni, di tenermele “al calduccio”, di elaborarle in modo intimo.
Quando però si decide di condividerle, allora bisogna fidarsi dell’istinto: lasciare che siano loro stesse a prendere la forma che prediligono, capire che l’importante è che in quel momento devono essere raccontate, non importa come.
Una storia si può raccontare in mille modi, dall’inizio, dalla fine, partendo dai fatti … Il mio modo è quello di “aprire la porta” e lasciarla uscire: solitamente la visione iniziale di una storia, quella che ci si proietta dentro quando la si costruisce, è quella più giusta. Dall’intuizione originaria è bene partire, per poi strutturare in modo cosciente il racconto, dare ad esso una strada.
Un’esperienza bellissima di “costruzione” del racconto mi è capitata abbastanza di recente: mi hanno chiamato per dei percorsi di lettura in biblioteca e ho impostato i miei interventi in un modo particolare, che poi è diventato, di fatto, un modo di fare teatro, insieme ai ragazzi. Solitamente leggevo per dieci, quindici minuti il testo di un libro scelto a caso (anche fatto scegliere ai ragazzi dagli scaffali della biblioteca). Finita la lettura cominciavo il confronto con i ragazzi, un dibattito sui contenuti, sui personaggi, sulle dinamiche che avevamo appena letto … così nascevano delle spontanee opere teatrali, con il contributo di tutti. E questi sono forse i racconti più belli che si possano mettere in scena …

About The Author

Referenti e collaboratori attività educativa del circuito multidisciplinare Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia (Prosa, Musica, Danza)

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