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Maria Giulia Campioli e Claudio Mariotti – Bleons

A … tre quarti di lenzuola!
Claudio e Maria Giulia, di Teatro al Quadrato, stanno lavorando al progetto produttivo di quest’anno – Bleons: lo hanno elaborato, ne hanno già steso una parte importante, e ne stanno ancora approfondendo le declinazioni “sul campo” con i bambini, dai quali cercano di aver restituiti spunti, idee, reazioni, conferme o smentite delle direzioni artistiche intraprese, in linea con l’idea di progetti produttivi che siano in continua crescita ed evoluzione verso delle nuove produzioni.

Come mai “Bleons” (Lenzuola)?
Abbiamo deciso di partire da un materiale di ogni giorno, di uso comune. Le lenzuola sono familiari a tutti, sono “trasversali” e abbiamo iniziato proprio lavorando fisicamente con esse: le abbiamo sentite, toccate, piegate, utilizzate in ogni modo. Ci siamo costruiti tra di noi un’immagine di esse, vi abbiamo creato un “ambiente” (più o meno concerto) attorno, abbiamo ricavato delle suggestioni studiandole.

Già a “Trallallero” – il festival che organizziamo ad Artegna – abbiamo coinvolto i bambini. Una volta fatto nostro il rapporto con il materiale e con tutto l’immaginifico che eravamo riusciti a costruirvi intorno, ci piaceva l’idea di aggiungere anche un secondo approfondimento: una parte che coinvolgesse l’addormentamento, il sonno, i sogni, tutte quelle situazioni emotive connesse alle lenzuola, che a loro volta possono generare nuove situazioni, nuovi immaginari comuni. Così il lenzuolo è diventato tovaglia, telo da barbiere, tenda, ed è divenuto protagonista di tantissime storie nuove e diverse. Il risveglio, poi, nella seconda parte del nostro studio rappresenta in parte l’abbandono, l’uscita “forzata” da una sorta di ambiente protetto che – attraverso il sonno – è proprio quello che abbiamo voluto delineare con la prima analisi delle lenzuola e della loro rappresentazione.

I bambini come hanno reagito finora?
Alle scuole dell’infanzia nel “dopo spettacolo”  – il momento più importante – le domande arrivavano numerosissime e tutte diverse. I bambini di quell’età sono quelli che forse ci hanno maggiormente “aiutato” a comprendere che loro vedevano cose davvero “altre” rispetto a quello che noi supponevamo di trasmettere. Questa è una ricchezza enorme. Anche perché Bleons non ha una narrazione tipica: nè di teatro di narrazione, ma neanche una tecnica mista che si usa frequentemente nel teatro ragazzi. Ha la propria forza nell’immaginazione, nel vedere “oltre”; questo suo essere immaginifico forse fa risaltare ancora di più la sensibilità dei bambini.
Bleons non ha parole. Eppure i bambini non sembrano sentire la mancanza del linguaggio parlato: sembra quasi che non se ne accorgano. E hanno un’idea diversa anche dello scorrere della storia: quando uno dei nostri personaggi muore, si percepisce chiaramente, da parte del pubblico di quando si è a scuola, il grande (e legittimo!) timore di maestre e maestri e – per contro – un’assoluta naturalezza nei bambini, che invece prendono con leggerezza e come normale anche quel momento.

Si tratta del primo spettacolo con questo tipo di drammaturgia?
Sì, è la prima volta che concepiamo uno spettacolo a partire dall’ambiente, dalla creazione fisica dei personaggi, dalla relazione di essi con lo spazio, con gli oggetti, con la luce e – naturalmente – tra di loro. L’idea che avevamo all’inizio era di lasciare che il testo venisse a galla da solo, dopo la ricerca: la parola per noi arriva sempre “ultima”, quasi da sola. Questa volta non è proprio arrivata e alla fine lo spettacolo (secondo noi) è divenuto ancora più poetico. Eppure non è stata una scelta a priori: non sapevamo, quando ci siamo imbarcati in Bleons, che sarebbe stato uno spettacolo senza parole.

A che punto siete, ora?
Ci piacerebbe cominciare presto gli allestimenti e portarlo a teatro: l’abbiamo provato in molte scuole e ora ci sembra maturo per una sua autonomia, per una scenografia, per un allestimento completo che lo valorizzi. Ha molti colori (non solo fisici, anche emotivi): ha fasce diurne e notturne, ha tensioni drammaturgiche interne forti, non sarà semplice renderlo completo. Vorremmo averne in mano almeno una parte significativa a breve, in modo da proporne una parte dimostrativa che funzioni a livello tecnico così da poterla proporre agli “addetti ai lavori”.  Già sappiamo che la resistenza, da parte di istituzioni pubbliche, docenti, scuole, biblioteche, non è poca. Eppure – cosa che vogliamo sempre testimoniare anche nel nostro piccolo a Trallallero – crediamo che sia doveroso cercare di superare certe paure. A volte la posizione marginale del Friuli Venezia Giulia può non essere così vantaggiosa: se è vero che le comunità più piccole a volte si possono permettere di lavorare meglio e in maggiore tranquillità, è anche vero che le innovazioni e le scelte coraggiose fanno più fatica a sedimentarsi.

Quindi Trallallero un po’ più … “grande” d’ora in poi per vincere queste paure?
No, questo no: semplicemente un po’ più attento. Ma ai lati positivi di “essere piccoli” e di lavorare in un contesto marginale – non nel senso negativo del termine, s’intende – non vogliamo rinunciare: noi possiamo ancora permetterci di non correre, di non creare un festival-vetrina dalle dinamiche commerciali, nel quale bisogna fare presto e bruciare tutto quello che si può. Noi abbiamo bisogno di rimanere “piccoli” perché ci adeguiamo a una dimensione che conosciamo bene, nella quale sappiamo lavorare e sulla quale non abbiamo remore di darci il tempo necessario perché tutto si possa sedimentare e crescere nel modo corretto.

About The Author

Referenti e collaboratori attività educativa del circuito multidisciplinare Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia (Prosa, Musica, Danza)

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