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I dieci bisogni di suono del bambino

geronimi_400x400I dieci bisogni di suono del bambino

di Marco Geronimi Stoll

In ottobre 2016 (in occasione della Giornata Formativa Regionale di Pordenone “Musica d’arte per orecchie compententi”) l’Ente Regionale Teatrale del Friuli VG mi chiede un testo sui bisogni di musica del bambino in età scolare, riferendosi esattamente alle “competenze delle nuove orecchie” immerse nel mondo digitale. Mi chiede anche di portare in Italia alcune esperienze in teressanti sull’uso in classe del cellulare per far musica (e anche foto, video ecc.), che sto sperimentando dal 2014 nel Canton Ticino per la SUPSI (dove gli insegnanti si laureano e si aggiornano) e per il Festival del Cinema di Locarno (dove dirigo il laboratorio “One Frame Movie” in cui sperimentiamo l’uso creativo e pedagogico di queste tecniche con insegnanti e bambini in età dell’obbligo). Mi si chiede esplicitamente di bissare un articolo che avevo scritto nel 2009 per l’ERT come docente di Nuovi Media all’ Univ. Statale di M ilano, intitolato “I dieci bisogni di teatro per il bambino”. L’articolo ebbe un certo successo in internet ed anche una seconda imprevedibile onda di diffusione attraverso i social nel 2014. Nel 2009 i telefonini non facevano quello che fanno oggi, nel ’14 sì; in 5 anni era cambiato radicalmente il paesaggio mediale anche se molti decisori (e molti insegnanti) faticavano ad accorgersene. Ancora oggi molti si chiedono se il telefo nino fa bene o male, se è buono o cattivo… Lo so, la domanda è sincera, ma sappiamo già che è impostata male. Per una risposta chiara dobbiamo porre una domanda chiara: proviamoci.

L’antecedente: i minimi e massimi tecnologici

In “I dieci bisogni di teatro per il bambino” c’era un paragrafo che ora ci intessa: scusate l’ineleganza dell’autocitazione, ma si fa prima se ve lo copincollo qui, così in dieci righe condividiamo la premessa del ragionamento, che poi sviluppiano sul piano del suono e della musica. 

Minimi e massimi tecnologici: conviene esagerare.

Il bambino appartiene ad una generazione dove le potenzialità delle tecnologie digitali saranno ancora più formidabili. Per noi adulti, che ci illudiamo di essere già tecnologici, sarà un mondo inedito, di cui oggi stiamo assaggiando solo gli antipasti. Riusciremo, noi uomini del secondo millennio, a consentire ai nostri figli e nipoti del terzo millennio di godere in modo evoluto e critico di queste opportunità? A mio avviso sì, ma a un patto: solo se riusciamo a conservare l’equilibrio tra le diverse esperienze: tanto più i bambini sono esposti ai “massimi tecnologici”, quanto più il nostro compito diventa quello di equilibrarli con altrettanti stimoli a bassa tecnologia: primitivi, materici, concreti, analogici. Low tech. Il teatro che usa il corpo, la voce, gli oggetti più elementari, è una miniera di minimi tecnologici molto pregnanti ed evolutivi, che sono indispensabili al cucciolo umano per andare verso la pienezza emotiva e culturale.

10 bisogni di musica: 5 analogici e 5 digitali

Chiarita la premessa, ecco un elenco (provvisorio e lacunoso) di 10 bisogni di musica del bambino, di cui

5 primitivi ( primari, ancestrali, naturali… qualsiasi aggettivo suona un po’ determinista), diciamo analogici, tanto per capirci, così come possiamo dire che è analogico il sole quando tramonta, mentre è digitale l’interruttore che accende la luce.

5 digitali, composti da elettroni che danzano come miliardi di interruttori, in uno spazio fisico così piccolo che possiamo considerarlo zero, ma possiamo considerarlo anche ovunque, perché alla velocità della luce azzerano le distanze; li facciamo danzare attraverso macchinette sempre più piccole e sempre più attaccate al corpo, protesi che potenziano il ragionamento, la memoria, il linguaggio e l’espressione ma che, essendo un prolungamento del corpo, facilitano azioni “fatte senza pensarci”, immediate e poco riflettute.

Bisogno della propria voce

1- Usare la voce in modo primitivo

Tra il primo vagito e l’ultimo rantolo, trecento milioni di litri d’aria entrano e poi escono attraverso le corde vocali: sospiri, risate, pianti, sghigniazzi, urli, sussurri, sbuffate, russate, gemiti di lussuria e di dolore… la vita è un unico lungo canto, che ascoltiamo troppo poco, distratti a noi stessi, lo crediamo silenzioso tranne quando si parla e nei rari casi in cui si canta.Spesso è la registrazione (bisogno 2) che ne svela l’esitenza all’uomo moderno. Una raccomandazione vitale: non facciamo mai credere ai bambini che tutto passi dalle parole, non anestetizziamo la sua naturale capacità di percepire e intendere l’aspetto non-verbale della voce! Prima che l’uomo si inventasse il linguaggio parlato (che agli altri animali probabilmente sembra una serie bizzarra di brevi schiocchi, sibili, mugugni e frequenze armoniche) questi respiri esprimevano interamente le emozioni dell’anima e gli afflati del corpo. Quella parte del cervello ce l’abbiamo ancora tale e quale, funziona ancora, anche se sopra di essa è cresciuta la corteccia cerebrale a zittirla. È un’espressività che conosciamo tutt’ora negli altri mammiferi o nel canto degli uccelli: i suoni intonati ma anche i guaiti, le ringhiate, le fusa, i ruggiti, i lamenti… Fino ai cori dei canidi alla luna piena, che se fossimo saggi sapremmo invidiare, perché un pathos così intenso noi non lo troveremo mai.

2- Registrare la voce in modo digitale

Verba volant, dicevano gli antichi; poi arrivò il microsolco, il magnetofono, il mangianastri e finalmente gli elettroni che danzano in un MP3. Ri-ascoltarsi è un fenomeno abbastanza normale per noi moderni, sarebbe stato sconvolgente per tutti gli antenati. Riascoltare permette la ripetizione, la ridondanza aiuta a ricordare e a ripensare. Il registratore è un’eco artificiale. Gli occhi hanno lo specchio per vedersi come ci vedono gli altri e quindi pensare la propria immagine; è un gioco bello ma pericoloso: Narciso ne morì. L’orecchio ha il registratore per ascoltarsi, il quale può fare acusticamente al nostro ego un gioco simile: anche Eco, la ninfa innamorata di Narciso, ne morì; o meglio il suo corpo consunto dall’infelice amore si tramutò in quella ripetizione che riecheggia ancora tra le valli. Notatelo, quasi sempre la nostra voce “non ci piace”; e anche perdiamo fiducia nella nostra memoria biologica, che si ricorda parole e situazioni diverse da quelle che emergono dalla registrazione. Molto meglio iniziare ad ascoltarsi e riascoltarsi da bambini, da adulti è più facile essere castrati dall’eccesso di autocritica. Allora registriamo; registriamo il canto, liberiamo la colonna d’aria, improvvisiamo, pacciughiamo coi suoni di lingue inventate.

Bisogno di oggetti da strimpellare

Per parlare dei “bisogni” 3 e 4 penso alle ricerche di Francois Delalande nei nidi: se metti un microfono nella culla di un bambino e ne fai uscire i suoni da un amplificatore poco distante, vedi che lui cambia subito atteggiamento: quel solito gesto ripetitivo (ad es. battere tante volte un cucchiaio su un oggetto) di colpo diventa più ascoltato, concentrato, con azioni più fini e diversificate nel timbro, nella grana, nella ricerca di microscoperte sonore che sorprendono e che vorrà tentare di ripetere; invece di poche decine di secondi il suono viene sperimentato vari minuti; somiglia ad un vero musicista attento e concentrato che sperimenta le diverse sonorità del suo strumento. Cercherà anche di imitare con la voce quei suoni. Anni di videoregistrazioni dimostrano quanto è fondante questa esplorazione per il pensiero musicale: questa attenzione al timbro, alla grana, all’intensità, alla sequenza, al paragone, all’imprevisto sonoro…

3- Strimpellare oggetti e strumenti musicali

Il novecento della musica classica ci dimostra che una simile attenzione “analogica” è stata data dai compositori agli strumenti musicali: soffiare nel violino, sfiorare le corde di un’arpa con una piuma, cantare vicino a un rullante… Morale: i bambini (e gli adulti) hanno bisogno e diritto di strimpellare tutto, legni, barattoli, e anche chitarre, pianoforti, eccetera, per trovarne ricche tavolozze di timbri. Quindi evitate di dargli, da piccolissimi, quei sonaglietti dal suono insipido, quei giocattoli pseudomusicali che fanno un solo timbro. Meglio scatole, legni, barattoli, qualsiasi cosa basta che non ci si faccia male; e se fa un po’ di chiasso portate pazienza: per lui è importante. E quando cresce non dategli strumenti cari o delicati ma neanche strumenti troppo mediocri; pensate allo strumentario Orff, ad esempio. Al festival di Locarno coi bambini (cellulare acceso per registrare e feed-back nelle cuffie) abbiamo suonato la città: cartelli stradali, bici parcheggiate, box per la raccolta differenziata, tubi, lamiere, acqua delle fontane…

4- Strimpellare gingilli musicali digitali

Questa indicazione è facile: avendo a disposizione una tastiera, un gingillo per artefare la voce, una batteria elettronica sarà abbastanza “naturale” per il bambino o il ragazzino smanettare giocosamente per trovare gli effetti curiosi. La prima questione è “solo” avere la possibilità di averli e di giocarci; un lavoro che poco si può fare in classe, è un’esperienza che si fa bene da soli o in due, massimo in tre. Con le tastiere (anche quelle economiche) ci sono già molte potenzialità; meno frequente è trovare dispositivi diversi. Una possibilità ce la danno i cellulari, molte app possono armonizzare, cambiare la voce, simulare strumenti musicali, generare cori all’unisono mentre stai cantando… insegnanti e musicisti, tenete d’occhio questo mondo che cresce in fretta, sono applicazioni spesso amichevole, provatele e giocateci; se molte vi sembrano banali, non demordete. La seconda questione è come sviluppare queste scoperte sonore: come ogni insegnante di musica sa, l’intuizione curiosa è all’inizio di tutto un percorso, ma se la si lascia estinguere invece di coltivarla è una piantina potenzialmente bellissima ma si lascia seccare; occorre svilupparla con la strutturazione musicale, in particolare in relazione agli altri, che significa tre cose: suonare per qualcuno che ti ascolta, ascoltare qualcuno che suona per te, suonare insieme.

Bisogno di far musica insieme

5- Cantare insieme, meglio in cerchio

Dovrei parlare di tanti modi di far musica di insieme, ma mi limito al fondamentale, il più naturale, antico e “analogico”. Cantare. In cerchio, sì: fateli alzare da quei maledetti banchi paralleli, disposti a teatrino davanti alla cattedra. In piedi, in cerchio, e per favore muovetevi: non state lì fermi come degli stoccafissi, il corpo immobile canta peggio, perde il ritmo, respira nei momenti sbagliati. Il cerchio è la condizione più antica e naturale del canto, comune a tutte le società arcaiche. Non c’è separazione tra ascoltatori ed esecutori, tutti siamo l’uno e l’altro. Non c’è il problema della bravura o della spettacolarità, chissenefrega di fare bella figura: siamo tutti tesi solo a provare il piacere dell’impasto, della combinazione ritmica ed armonica. L’importante è il clima, chi conduce (che è un facilitatore, non un direttore) deve sempre tenere alto il piacere del gioco; la difficoltà deve sempre essere un pelino sopra a quello che si sa già fare, in modo che ci sia la sfida. Così sbagliare non è una colpa, una vergogna, né una patente di inadeguatezza, anzi si deve sbagliare per un po’ finché non ci si riesce. Le tradizioni mediterranee sono ricchissime di questi canti, ma se volete delle versioni moderne qualsiasi canone si presta, gran parte delle canzoni popolari; se volete la variante più attuale e potente googlate “ circle songs” e vi si aprirà un universo.

6-comporre insieme, meglio col computer

Potrei parlare della giovanissima band che si ritrova per suonare la musica che preferisce, sarebbe normale in quasi tutta Europa, dove gran parte dei ragazzi suonano uno strumento e fanno musica a scuola; nell’Italia che fu culla del belcanto pochi sanno suonare e quindi passiamo subito ai nuovi alfabeti digitali, che se usati bene possono aiutarci a recuperare un po’ del ritardo accumulato. Non tutto, ma una parte importante. Per registrare basta un cellulare, ma poi occorre montare: separare i frammenti interessanti della registrazione, inserirli in un programma multitraccia e comporli in una musica interessante. Per questo scopo in teoria il cellulare può fare qualcosa, sul piano del montaggio e anche della sincronizzazione col video, ma non è facile farlo insieme, ad esempio durante un’animazione in tanti; meglio usare il “vecchio” computer. Non è difficile trasferire gli MP3 dal cellulare al computer; non è difficile, dopo un po’ di pratica, neanche combinarli con programmi multitraccia Audacity, gratuito per tutte tre le piattaforme win, mac e linux. Un lavoro molto interessante (dalla terza o quarta classe in poi) è prendere dei frammenti di un film (brevi, 2 – 4 minuti sono più che sufficienti) e sostituire la colonna sonora originale con una inventata dai ragazzi. L’ideale è fare gruppetti di tre o quattro davanti a ciascun computer; indispensabile un proiettore per vedere i risultati tutti insieme. Il risultato è spesso formidabile, perché ci si accorge subito di come la traccia musicale cambia completamente il senso della parte visiva. Infatti uno dei grandi scopi è riscoprire il valore simbolico ed evocativo dei suoni. Perchè per comporre musica occorre ascoltare musica; e non la musica commerciale (che ciascuno sceglie perché glie l’hanno inculcata il mercato e i media), ma classica, jazz, esotica, antica, contemporanea… troppo difficile per dei bambini? Niente affatto, la questione non è il repertorio, ma i motivi per cui stai ascoltando in quel momento: ci sono molte “condotte d’ascolto” (come le chiama Délalande).

Immaginare storie e situazioni

7- Ascoltare ad occhi chiusi

Tra tante condotte di ascolto ne raccomando una: rilassarsi (magari al suolo) e immaginarsi una storia di cui la musica è una colonna sonora. Se conoscete il “ gioco dei pianeti ” troverete un copione didattico molto facile e potente, non mi dilungo perché agli amici dell’ERT l’ho già proposto varie volte, ma vi assicuro che per tre decenni non ho avuto problemi a fare ascoltare i repertori più “tosti” anche nei quartieri più deprivati o coi bambini più arrabbiati: il trucco è proprio sparare alto, perché le musiche “strane” sono più espressive, imprevedibili, diverse dall’abituale. Per altre condotte di ascolto queste “musiche difficili” sarebbero improponibili, anche perché abbiamo bambini accelerati e poco abituati ad ascoltare i propri universi interiori; invece funzionano in questo “gioco”, tanto che i bambini stessi chiedono di rifarlo; questa attività nasce proprio per risvegliare l’immaginazione dentro di noi, accecata dall’immaginario visto su schermi.

8-colonne sonore

Un altro lavoro semplice e potente è cambiare colonne sonore a un film, o meglio a un frammento di pochi minuti. Per il Festival di Locarno abbiamo montato degli esempi didattici che porto a Pordenone per la mia presentazione. Un modo rudimentale ma svelto per giocare è proiettare il film con l’audio abbassato e mettere su dei CD con un altro apparecchio. Rozzo, ma efficace per condurre una animazione live. Ma visto che ormai è facile, tanto vale accendere un computer e fare le cose per bene.

Essere cosciente

La cronaca racconta che qualche adolescente posti sui social qualche sua acerba esperienza sessuata e solo dopo si renda conto dei guai che porta a sé e al partner. Molti adulti danno la colpa a internet, ma io penso invece che se una colpa c’è (sapendo che “colpa” è una parola generica e fuorviante) è da cercare nella tv commerciale e nei suoi cliché: se i genitori ne avessero vista meno, forse avrebbero trasmesso più spessore umano e responsabilità; doti che servono anche per essere trasgressivi, se uno vuole; ma con meno ingenuità critica e migliore empatia. Questo discorso generale c’entra con la musica perché è un’arte che non passa necessariamente dall’occhio. L’occhio è dominante in questa epoca dell’apparire, con l’orecchio è diverso; e se approfondissimo sul tatto, gli odori, i sapori… anche in questo caso dovremmo ribellarci al dominio dell’occhio e con lui della superficialità e della cosmesi di questa epoca bidimensionale.

9- Avere un corpo materiale nell’era virtuale

Crediamo di avere un corpo; invece siamo un corpo, è diverso: il verbo avere porta completamente fuori strada, ci fa credere di detenere il possesso del nostro corpo fisico, come se la volontà fosse una cabina di regia e l’organismo una specie di robot da guidare; per forza poi che ci si ammala! E ancora: crediamo che la pelle sia un confine tra un dentro (che siamo noi) e l’ambiente (che è fuori); ma ogni confine è un luogo di scambio, non di separazione, e l’ecosistema è sia fuori che dentro di noi. I 50 – 100 miliardi di cellule che ogni giorno muoiono e vengono rinnovate significano che ogni anno “io” sono biologicamente un altro individuo. Restano le frequenze d’onda delle cellule. Chi sono davvero “io” allora? La mia risposta è perentoria (e arbitraria) ma siamo in tanti a pensarlo: io sono la mia voce e il mio corpo che danza. L’identità è una musica da danzare.

10-Avere un’identità virtuale nel mondo reale

Siamo entrati in un’epoca in cui siamo tutti emittenti. Che paradosso, ciascuno chatta wappa e posta decine di messaggi al giorno e in nessuna epoca il popolo ha mai scritto tanto quanto oggi, eppure tendiamo tutti all’analfabetismo funzionale. La questione non è la qualità dei contenuti, ma la loro strabordante quantità e invadenza. Veniamo costretti a ragionamenti più corti, sommari, svelti. Questo ci rende tutti un po’ più stupidi, o meglio più affrettati, superficiali, scarsamente motivati al pensiero complesso o articolato; molto deboli di memoria, ancor meno capaci di immaginare un futuro. Basta vedere i selfie: indossiamo la maschera del nostro miglior sorriso, ovviamente la maschera, anche quando è fatta coi muscoli facciali, non è il volto. I selfie sono dei film di un solo fotogramma che raccontano una storia. Peccato che è quasi sempre la stessa storia, che ci atteggiamo tutti con lo stesso tipo di sorriso, per andare su Facebook ed essere tutti belli di quella bellezza conformista, stereotipata e noiosa. Possiamo fare di meglio: siamo pronti per storie molto più intense.

Propongo di partire dalla colonna sonora.

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Referenti e collaboratori attività educativa del circuito multidisciplinare Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia (Prosa, Musica, Danza)

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