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GLI EQUILIBRISTI UNO E DUE

 

Equilibristi_teatroArgineEquilibristi (Teatro dell’Argine – Bologna) è ospite del teatroescuola 2016/2017 per le scuole secondarie di primo grado di Latisana

Una recensione a cura di Omar Manini e, a seguire, un pensiero di teatroescuola sul teatro e l’adolescenza.

Cos’è:

Giacomo Armaroli, Caterina Bartoletti, Francesco Izzo Vegliante, Ida Strizzi – giovani attori di Teatro dell’Argine (BO) – danno vita alle dinamiche quotidiane di quattro tipologie di adolescenti: il “secchione” odiato, ma utile e sfruttato; il “maschiaccio” cioè la ragazza bruttina, scontrosa e rockettara; la “carina” imbranata; il “bello”, simpatico e, a volte, maldestro. Per settanta minuti ne seguiamo i percorsi, prima singolarmente (il risveglio e il percorso casa-scuola) e poi intrecciati nella comunità-classe, con tutte le sue dinamiche (invidie, timori, confronti, vittorie e sconfitte). Per l’appunto, una vita in continuo equilibrio tra tutto e nulla.

L’opinione:

Non c’è dubbio che l’energia e la passione che i quattro mettono sul palco arrivi al pubblico con freschezza, regalando allo spettacolo un buon ritmo.
Gli Equilibristi percorre costantemente il filo tra convenzione e invenzione, tra compiuto e incompiuto (cercando di mantenere il difficile equilibrio del titolo); a partire dalla suddivisione in “tipi” utile, ma non pienamente riuscita, per la scrittura comica e per il senso complessivo dello spettacolo (la convivenza tra diversi, la bellezza della condivisione, il senso dell’amicizia, l’accettazione…).
Tiri di sigaretta, cacasotto, mi sono fatto tua mamma, mi si infiammano i pantaloni: il testo è impregnato di frasi a effetto che scivolano via tra sghignazzi, commenti straniti (“è matto da legare quello lì!”, “ma cosa cavolo dice?”) e si risolvono in un quasi mancato applauso finale.
Alla luce di questo, “Gli Equilibristi” si è rivelata una proposta difficile, spiazzante, per certi versi irritante, e forse tesa a minare le aspettative del pubblico giovane, degli educatori e nostre; tutti presenti, a luci accese, con il proprio carico di pregiudizi e messi di fronte, a luci spente, all’inaspettato del tutto spiazzante con il quale mettersi in relazione di revisione o di monolitico rifiuto.
Se chi scrive ha avuto l’impressione di una scrittura frammentaria che non accompagnava le pagine poetiche o le parentesi onirico-surreali sparpagliate qua e là, non si può non considerare che lo straniamento complessivo possa proprio essere il frutto del nostro specchiarci, uguali e contrari, e non avere ancora imparato a ridere abbastanza di noi stessi contenendo il nostro egocentrismo da spettatori che impongono il proprio ragionamento al puro piacere della visione, frenandone il, pur semplice, piacere che ne deriverebbe.
Dispiace per la bella prova sul palco, per le scene che trovano in una parete inclinata un’ottima metafora della lotta contro il peso della crescita, per alcuni momenti di astrazione (i tentativi di incontro “ragazzo-ragazza” sintetizzati con le mani).
Ecco, la sensazione finale che ha accompagnato questo lavoro è quella di un sorriso che non annulla il senso di frustrazione dell’impianto proposto; ma non è proprio nello scatenare pensieri ed emozioni contraddittorie che, comunque sia, ha dimostrato il suo valore che va oltre la rappresentazione e si tuffa nella vita?

 

Il pensiero di teatroescuola:

IL TEATRO E L’ADOLESCENZA. Un pensiero da equilibristi.

Abbiamo già avuto occasione di parlare di come ci poniamo, noi di teatroescuola, di fronte ad uno spettacolo: “(…) desiderare più che osservare è il nostro punto di partenza (…) la nostra ricerca si muove alla modalità di relazione che gli artisti che incontriamo cercano con questo pubblico, al modo in cui, a volte chiara, a volte nascosta, emerge l’idea di infanzia che gli artisti hanno e che determina il loro fare e il loro operare (…) di fronte a uno spettacolo dal vivo il nostro sentire è quello dell’attesa di una sorpresa, di un guizzo, di un batticuore, di un attimo di eternità”.

Scegliere tra le diverse e molte opportunità di spettacoli rivolti ad un pubblico di ragazzi delle scuole secondarie di primo grado e oltre però, ci mette spesso a disagio. Assistiamo, teatralmente parlando, a visioni dell’adolescenza che oscillano tra “opposti estremisti” che poco ci convincono: cuori rossi palpitanti e buoni sentimenti da un lato, bullismo, dipendenze, disagi di ogni forma e sostanza dall’altro. Se va bene i ragazzi sono del tutto assenti e apatici, hanno difficoltà di relazioni a scuola e in famiglia; se va peggio sono anoressici, bulli, alcolisti, tossici… e comunque sempre disadattati, impreparati ad affrontare una scuola che vuole da loro sempre qualcosa d’altro e una società che sembra non avere molto da offrire.

L’adolescenza non è mai stata un monolite ma nemmeno solo un gioco di opposti. È una fase mobile, fluttuante, mutevole, sfuggente, che allarga sempre di più i propri confini temporali. Sguscia via da semplificazioni ma offre l’aggancio per facili categorizzazioni: tutto e il contrario di tutto sono paradigmi reali che diventano elementi quotidiani ma non necessariamente estremi di cui preoccuparsi.

Pare però emergere una visione semplificata nella sua tragicità e poco rispondente alla quotidianità della stragrande maggioranza dei teenagers che si barcamenano tra estremismi meno devastanti anche se ugualmente totalizzanti: ruoli da sostenere, esperienze da vivere “tutto e subito”, insegnanti da amare o odiare, amici per i quali dare la vita; bruttissimi e inadeguati o bellissimi e perfetti, geni senza rivali o sfigati senza speranza, gli adolescenti si muovono ogni giorno senza mediazione, senza filtri, senza colori intermedi: ogni tentativo di mediazione è tanto lontano quanto sono lontani gli adulti che lo propongono.

Negli spettacoli da proporre loro ci piacerebbe non ci fosse la necessità di distinguere la famigerata fascia d’età, ci piacerebbe poterli coinvolgere nelle stesse cose che proponiamo ai nidi d’infanzia, ad esempio. Pensiamo che moltissimi titoli nati per la primissima infanzia, delicati, soffusi, senza testo, profondamente “di pancia” che toccano corde antiche e essenziali, possano parlare al mondo ancora magico e senza protezioni degli adolescenti, fragili e veri come i bambini piccolissimi, da proteggere ancora ma costretti a immergersi, per necessità o per virtù, nel caos del mondo adulto che non attende altro che un’etichetta da apporre.

Ma sembra che ciò non sia possibile: chi fa teatro con i ragazzi delle medie (almeno nella maggioranza dei casi in cui ci imbattiamo) non si muove per meno di un testo di Shakespeare o Pirandello; chi porta i ragazzi delle medie a teatro non lo fa se lo spettacolo non parla di disagio, e disagio spesso estremo.

Della sconfortante banalità di un quotidiano che sembra non avere speranza parla invece Equilibristi. Lo fa senza retorica, con un testo  intelligente (anche se a volte estremo e irriverente) e divertente che traccia “tipi”, che a volte possono sconfinare nel grottesco o scivolare sugli stereotipi di chi guarda, ma che sono soprattutto dei tipi, in cui si possono ritrovare modi di essere e sentirsi adolescenti che travalicano le generazioni. Tutto è estremo ma nella routine del quotidiano, nella banalità dell’andare a scuola, nel rapporto con i genitori, con gli amici, con gli insegnanti, con sé stessi.

E soprattutto, Equilibristi affida al teatro e al teatro “d’attore” la sua trasformazione: nelle scelte drammaturgiche, nell’indovinata scenografia, nell’accurata regia e anche attraverso la bravura e il talento di quattro giovani attori.

L.V.

 

About The Author

Referenti e collaboratori attività educativa del circuito multidisciplinare Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia (Prosa, Musica, Danza)

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