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Giobbe Covatta

 

Giobbe Covatta

Giochiamo a fare finta che …
Tra i tanti ospiti del nostro circuito ERT in Friuli Venezia Giulia ci sono stati anche Giobbe Covatta e Enzo Iacchetti che hanno portato (la prima tappa regionale al Teatro Odeon di Latisana, che gentilmente ci ha accolto mercoledì 28 marzo) il loro ultimo lavoro teatrale, Niente progetti per il futuro. Ironia tagliente, personaggi tipici delle più intelligenti commedie all’italiana, forza dei ritmi comici, grande dialettica, due opposti caratteri (e due ottimi attori) a confronto: non può che essere un successo, con queste premesse, uno spettacolo che, arrivato oltre le cento repliche, ha registrato sempre il tutto esaurito e grandissimo favore di pubblico e di critica.

E abbiamo voluto così approfittare della presenza di Giobbe Covatta, un attore che nella nostra immaginazione abbiamo sempre associato ai bambini, innanzitutto per il suo impegno umanitario attento alle drammatiche situazioni dell’infanzia in Africa; ma anche per quel suo modo insieme tenero e un po’ burbero di rapportarsi all’ironia e al sorriso.

Giobbe ci ha accolto con grande gentilezza nei camerini, appena arrivato in teatro. Un po’ come i bambini (noi, questa volta!) di fronte a un personaggio immaginario delle fiabe, eravamo emozionati: un “omone” dal portamento elegante, con la barba folta, gli occhiali rossi spessi e la voce roca e profonda; non corrisponde a quell’immaginario teatrale e televisivo che la grande vis comica ha messo davanti alla sua figura.
L’emozione si è sciolta in una risata quando, accomodati nel camerino e presentato con semplicità il nostro progetto mi ha chiesto: “Bene: cha’vvuoi da me?” [ci scusiamo per la scrittura poco corretta con i compaesani del Centro Italia …].

Cosa pensa che sia l’arte per i bambini? Quale pensa sia la chiave più opportuna per proporla a loro?
In tutta sincerità: anche se tutti mi associano ai bambini per le mie uscite pubbliche accanto alle associazioni umanitarie per l’Africa, ti confesso che io ho sempre usato solo il mio istinto per rapportarmi ai bambini. Non ne so nulla di pedagogia, di linguaggi specifici, di teatro per ragazzi. Io con loro mi comporto con naturalezza. Con i miei figli mi sono sempre divertito un mondo a giocare; con le scatole di medicine costruivo grandi scali del porto dove arrivavano le navi, e dove ci inventavamo un sacco di personaggi. Questo, secondo me, è già fare teatro, anche se certamente come padre non lo vivevo in quel modo. “Giochiamo a fare finta che” … non è forse la stessa cosa che facciamo sul palcoscenico? Per i bambini viene ancora prima, è il gioco più naturale del mondo. E con i bambini basta saper giocare, e entri subito in contatto. Ricordo che quando portavo mia figlia all’asilo (un asilo inglese di Roma), passavo molto tempo ad osservare come giocavano tra di loro i bambini: le età comprese tra i due e i tre anni, provenienti da tutto il mondo: cinesi, portoghesi, inglesi, polacchi, italiani, sudamericani, giocavano assieme alla perfezione, si impegnavano in giochi anche complessi, con delle regole, e ognuno di loro parlava e rispondeva agli altri nella propria lingua … si capivano benissimo!

La componente affettiva, quindi, viene prima di tutto nell’espressione artistica …
Come vedi ho cominciato a parlare raccontandoti dei miei figli, quindi direi proprio che non c’è nulla di più visceralmente affettivo! D’altra parte io ho sempre vissuto tutto più o meno così, solo cercando di fare quello che mi piace, non per raggiungere qualcosa o con qualche scopo. Ho cominciato tardi a fare l’attore, prima facevo tutt’altro. Tra le tante cose ho viaggiato molto come skipper, ed era un lavoro stupendo. Poi la stanchezza, i limiti fisici, o anche forse stimoli diversi, ugualmente forti mi hanno orientato verso altri lavori, tutti che mi piacevano molto e tutti nell’ambito creativo. Non ho mai avuto la sensazione di abbandonare un campo professionale perché ero stufo, o avevo scoperto tutto. L’ho sempre fatto per motivi contingenti, oppure perché sono arrivate occasioni nuove. E se non fossi arrivato “qui” probabilmente avrei cambiato orizzonti senza troppa sofferenza o problemi.

Il nostro percorso è orientato sul racconto, e la sua chiave di lettura privilegiata è sicuramente l’ironia: perchè l’ha scelta, e come pensa che possa agire sui bambini?
Non c’è un motivo specifico: è il carattere, io sono fatto così. L’ironia, secondo me, serve a tante cose: può alleggerire argomenti molto pesanti (senza per questo sminuirne l’entità) e può invece dare spessore a proposte apparentemente deboli, alle “sciocchezze”.
Quanto alla presa sui bambini: ricordo che quando mia figlia era molto piccola, a me veniva spontaneo di rivolgermi a lei scherzando sulle cose e lei mi guardava un po’ stupita ma con curiosità. Mia moglie mi diceva di lasciar perdere, diceva che i bambini non colgono l’ironia e hanno bisogno di stimoli diretti … in realtà la reazione di mia figlia è stata neutra, come se mi studiasse, per un po’ di tempo: arrivata ai due anni circa non solo sorrideva complice delle mie battute, ma spesso era lei a prendere in giro me!

Le è mai capitato di lavorare direttamente con e per i bambini o i ragazzi?
Spettacoli per ragazzi ne ho fatto uno, in due repliche soltanto, e anche in quel caso, tutto basato sull’istinto e sull’improvvisazione: era una specie di gioco dell’oca, disegnato sul palcoscenico. Due dadi enormi facevano spostare le pedine, rappresentate naturalmente da bambini, presi a caso dal pubblico. Oltre alle sei pedine-bambini cercavo di coinvolgere anche altri piccoli facendo far loro le vallette, i collaboratori, i giudici perché in tanti potessero salire sul palcoscenico. Ogni casella disegnata descriveva un gioco, un’azione, un compito: il momento più esilarante era la roulette russa con le uova. Sei bambini, sei uova di cui cinque sode e uno no, ovviamente da sbattere sulla fronte. I riferimenti contenutistici erano volutamente leggeri, con lo spirito giocoso che solo i bambini possono permettersi. Solo qualche link a dei concetti relativamente più profondi della vita quotidiana saltava fuori di tanto in tanto.
Con i ragazzi, sul palcoscenico intendo, non ho grandi esperienze: forse solo quando in Pinocchio Nero, di Marco Baliani, che abbiamo proposto a Nairobi per l’AFREM, abbiamo provato assieme ai ragazzi di strada, con i quali per qualche giorno abbiamo condiviso la scena … C’è voluto un po’, ma quando siamo entrati in sintonia è stato bellissimo: un percorso di reciproca conoscenza, che poi è diventato un “manifesto”.

E, diciamo noi di teatroescuola andando a leggere le note del regista sul Pinocchio Nero, forse è questa una delle più grandi risposte alle nostre domande su cosa voglia dire fare arte per i bambini …

 

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Referenti e collaboratori attività educativa del circuito multidisciplinare Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia (Prosa, Musica, Danza)

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