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CRONACA ROTONDA INTORNO ALLA TAVOLA – EN AVANT MARCHE!

savinio_udineLa sala è un po’ freddina perché il riscaldamento ha deciso che è primavera e quindi non serve il suo contributo. Ma la conversazione scivola temperata ugualmente sul palco del Centro culturale alle Grazie di Udine, parlando di arte e di comunità.

Ad iniziare Francesca Gentile, ricercatrice all’Università Cattolica di Milano, Corso di Alta formazione per operatori di teatro sociale che centra subito un punto: la questione della responsabilità verso la comunità di chi opera nel teatro e nella scuola. Una responsabilità che è anche quella degli adulti verso l’infanzia, responsabilità educativa di cui farsi carico anche come comunità.

Ma cos’è la comunità? Il senso di comunità è inafferrabile, è un obiettivo che ci chiama ma che non si raggiunge se in attimi, momenti, spazi di presente. Il teatro forse ci dà la possibilità di riuscire a sentire, a percepire un senso di comunità fra le persone, perché il teatro, soprattutto nella sua dimensione laboratoriale, scatena le relazioni, ci permette di perdere il nostro ruolo – maestra, amministratore, genitore, … – per creare con gli altri nuove relazioni. Il teatro, nella sua dimensione extraquotidiana, allena a “stare” e a stare in relazione con gli altri.

Ma il teatro, deve contagiare, i colleghi, la scuola, la famiglia, il territorio altrimenti è una forza che rimane un detonatore che non deflagra in un Big Bang, che non crea una pedagogia poetica, che non diventa un’esperienza di trasformazione di sé e del mondo.

Ma che cos’è Teatro?

Scorre alla fine dell’intervento di Francesca la documentazione video di un’esperienza di laboratorio di teatro sociale da lei osservato e curato che palesa quale teatro lei ha in mente, un teatro che è relazione poetica fra le persone, grandi e piccole.

Ci viene in mente Alberto Savinio che nella sua “Nuova enciclopedia” (Adelphi Edizioni, Milano) inserisce alla voce “teatro” questa sua personale definizione:

“Eccessiva questa introduzione per le poche, le pochissime parole che io darò al teatro – per dire quale dovrà essere lo spettacolo di domani e quale io lo prevedo? Il teatro è il riflesso sulla scena della condizione dell’universo, e noi abbiamo voluto mostrare ‘quale’ universo noi desideriamo che il teatro abbia a diventare il riflesso . Un teatro nel quale l’universo si riflette tutto; un teatro nel quale assieme con i personaggi che finora abbiamo veduto sfilare sulla scena con mortifera monotonia appariranno e opereranno anche i personaggi che finora sono rimasti nell’ombra o che nessuno si era sognato di considerare tali; un teatro nel quale l’uomo si mostrerà intero e porterà alla luce della ribalta anche le parti di sé che finora restavano celate o per pudore, o per paura, o per ignoranza, o per pigrizia, un teatro nel quale assieme agli uomini parleranno anche le cose, gli elementi, e fino i pensieri, le ipotesi, i ricordi rimasti senza padrone; un teatro nel quale un armadio spalancherà i battenti e con la voce odorosa di naftalina, di antichi profumi, di sudori imbalsamati narrerà le sue memorie a una platea palpitante di curiosità; un teatro nel quale la poltrona rievocherà i suoi ricordi d’infanzia e ci rivelerà i rapporti tra mobili e uomini; un teatro nel quale lo specchio ci dirà che cosa egli pensa di noi; un teatro nel quale l’Aria raccoglierà intorno a sé il suo abito a strascico e ci farà sapere che cosa di tanto buono trova nel nostro interno, da frequentarlo così assiduamente; un teatro nel quale la musica si farà prosa per parlarci della vita intima e la prosa si farà musica per rivelarci i suoi momenti di lirismo; un teatro nel quale il Mare confesserà le sue colpe e restituirà avvolte nella bara le sue vittime; un teatro nel quale tutto vivrà che vive nell’universo e lo compone, senza restrizioni, senza infingimenti, senza maschera. E allora il teatro sarà degno del nome che porta, di cosa degna di essere veduta.”

Francesca Breschi prende il testimone della conversazione e recupera con le sue parole nella sua esperienza la traccia della comunità che va cercando, studiando e approfondendo da molto tempo, anche accompagnando Giovanna Marini nella ricerca della tradizione.

Francesca passa di “palo in frasca”, saltella come un passero dal ramo al palo senza preoccuparsi del volo, come attirata da un pensiero urgente, una briciolina di pane troppo appetitosa per non andare a raccoglierla subito, all’istante, ma con la picchiata e la precisione di un falco.

Ma c’è un nesso forte, anzi potente, fra le briciole di pane di Francesca, fra i pali e le frasche che vivifica sul palco con la sua voce che non riesce a impedirsi di diventare canto, quando vuole arrivare presto al punto.

La sua ricerca inizia da un’intuizione, dall’accorgersi chiaro in un certo momento della sua attività artistica della muta corrispondenza fra sé e la tradizione, corrispondenza che è appartenenza, corrispondenza che chiama. La ricerca delle radici diventa dunque l’andare verso sé stessi, il recupero consapevole del nostro DNA poetico, la nostra cultura profonda, cultura orale, cultura di comunità, cultura “automatica”; una cultura e una ricerca che non ha nulla a che fare con il passato, ma è ricerca necessaria al presente.

Ascoltare la cultura che è in noi e nella nostra comunità ci permette infatti di conoscere il nostro posto nel mondo.

Marco Geronimi Stoll nell’introduzione al progetto “Tarvisio come aula” (www.tarvisiocomeaula.org) da lui curato nell’ERT – teatroescuola dal 2000 al 2003 ci diceva a proposito dell’avere radici e dell’avere ali:

Avere radici e contemporaneamente avere ali, sembra un desiderio schizofrenico. Invece è la natura stessa della comunicazione umana, è teatro nel senso dell’etimo ‘theàomai’, io sono davanti ad una scena ma non sono separato da essa. È la comunicazione che ci permette di affondare le nostre radici nel passato di un’identità (avere una lingua, appartenere a un popolo, condividere un sistema di valori, …) e di far contemporaneamente volare le nostre ali verso un futuro capace di librarsi sopra i vincoli quotidiani, oltre l’orizzonte miope e pigro di un mondo in piccola scala visto dal basso. Avere radici senza ali significa trasformare i luoghi amati in una prigione claustrofobica, avere ali perdendo le radici significa lasciarsi sbattere dai venti più tempestosi senza speranza di appiglio…”

Avere radici è necessario all’avere ali, soprattutto in questi momenti di passaggio dove è più urgente far coabitare le antropologie per scambiarsi la saldezza delle radici e la libertà delle ali.

Il canto è radici ed ali, è ascoltare il respiro della comunità e saperci entrare, stare e cercare il nostro posto, originale e libero, anche di andare.

E jo cjanti cjanti cjanti, e no sai un sôl parcè

E jo cjanti solamentri che par consolâmi me

(Mitili FLK, Tu tramontis)

Antonio Catalano chiude la tavola rotonda, in modo surreale e poetico, estremamente pratico, quasi bruscamente materico chiedendoci:

ma questa comunità dov’è? Io vedo in giro solo tante tribù autistiche: la tribù del calcio, la tribù del teatro, la tribù del pilates… tribù che si creano delle proprie metafore della vita. Ma il mondo dove sta? Il mondo che ci vuole parlare? Il mondo degli ultimi? Dov’è il silenzio alla base della conoscenza?

L’artista si metta in relazione, impari a cantare il luogo, a cantare le cose, a cantare l’energia delle cose. L’artista deve denudarsi di tutto per entrare nella relazione con il mondo, defungere a sé stesso; perché l’arte non deve essere un ostacolo alla relazione, perché se è un ostacolo, va rimosso per rimettere al centro la relazione. Per ricostruire la comunità, la comunità che si prende cura dell’altro, dove l’ascolto è totale e dove riconosciamo a noi stessi la capacità di ascoltare molto di più di quello che ascoltano le orecchie; dove ci permettiamo di entrare in sfere misteriose che ci mettono in contatto con l’animo e con le lingue dell’animo, anch’esse misteriose.

L’artista ci mette in contatto con questi mondi misteriosi, ci apre alla meraviglia, allo stupore; perché prima dobbiamo meravigliarci e solo poi cominceremo a conoscere.”

 L’arte come possibilità di incantarci, di stupirci, e l’artista come strumento per entrare in contatto, in relazione con i mondi misteriosi dell’incanto. Un invito a “meravigliarsi prima per poi cominciare a conoscere” quello con cui Antonio ci consegna ai laboratori del pomeriggio.

 

 

 

 

 

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Referenti e collaboratori attività educativa del circuito multidisciplinare Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia (Prosa, Musica, Danza)

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