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Brie di Conte don di Lenghe. Massimo Somaglino al Museo Etnografico di Udine

002-massimo-menocchio1Massimo Somaglino.
La miglior introduzione possibile per Nassuts par lei

Ha ripreso lo scorso mercoledì, 25 settembre 2013 – cominciando una nuova fase – a Udine e al Museo Etnografico del Friuli  il percorso di Brie di Conte don di Lenghe (Nassuts par lei), il progetto formativo di promozione della lingua friulana e di teatro per i bambini 0-5 anni, rivolto a lettori volontari, operatori degli Sportelli per la Lingua friulana, bibliotecari, operatori culturali, educatori dei nidi, insegnanti della scuola dell’infanzia e primaria, promosso e sostenuto dall’Arlef Agenzia Regionale per la lingua friulana e curato da ERT FVG-teatroescuola, dall’AIB Associazione Italiana Biblioteche – Sezione Friuli Venezia Giulia, con la collaborazione dei Sistemi Bibliotecari dell’Hinterland Udinese e del Medio Friuli, dei Comuni di Codroipo e di Tavagnacco, del Museo Etnografico del Friuli – Nuovo Museo delle arti e delle tradizioni popolari di Udine, degli sportelli della Lingua friulana e della Rete regionale Biblioteche NpL.

Per dare il “la” al lavoro che vedrà impegnati lettori volontari e bibliotecari nel percorso di formazione a cura di Monica Aguzzi e Giorgio Cozzutti ospitato a Codroipo e Tavagnacco (scaricare qui la presentazione) Palazzo Giacomelli ha ospitato una presentazione/anteprima del progetto. Protagonisti del pomeriggio: Massimo Somaglino, Monica Aguzzi e Giorgio Cozzutti, e le Biblioteche NpL con Gli irrinunciabili: prima bibliografia friulana ad uso dei lettori volontari… e non solo. Dell’incontro riportiamo di seguito il contributo di Massimo (chi ci segue si ricorda senz’altro l’intervista che ci ha rilasciato pochi mesi fa), che come sempre ha saputo con competenza e onestà, catturare la nostra attenzione, approfondire i nostri pensieri aprendoci nuove strade da percorrere con la sua voce e racconti.

Così introduce il progetto Massimo Somaglino…
È con atteggiamento di grande discrezione e cautela che mi accingo a tenere questa relazione all’interno del progetto Brie di conte, don di lenghe/Nassuts par lei. Cammino un po’ con passi felpati, temendo ad ogni svolta di incorrere in qualche intoppo, in qualche incidente che mi mostri la mia scarsa esperienza in materia di relazioni e in materia di lettura per i ragazzi. Mi domando quindi perché abbiano chiesto a me di tenerla. Mi provo a dare delle risposte per esclusione: non certo per la mia esperienza di conoscitore del mondo dell’infanzia (il mio rapporto con il teatro ragazzi o in generale con l’animazione teatrale o con l’animazione del libro etc. etc., è stato discontinuo e riferito ad un passato neanche tanto recente, quindi molti meglio di me avrebbero potuto portare questo punto di vista), non per la mia conoscenza dell’editoria per ragazzi (io sono rimasto ai “Ragazzi della via Pal”  per quanto riguarda la letteratura in italiano e per il friulano ho incontrato pochissimi testi per ragazzi..) non per la mia competenza quale docente (già fare i compiti con mia figlia è un’avventura) e quindi rimane solo a giustificazione della mia presenza qui la illusoria speranza da parte di chi mi ha chiamato che la mia attività di lettore a voce alta, lettore in pubblico, e in questo specifico di lettore in pubblico a voce alta in lingua friulana possa essere spiegata, svelata nei suoi modi e nel suo farsi, come solo un fantino può parlare di cosa sia cavalcare, solo un pilota di aerei può dire cosa sia volare, solo uno che è stato a cinquanta gradi sotto zero può provare a dire cos’è il freddo… La speranza è quindi che questa mia relazione possa far venir voglia di leggere a voce alta, faccia nascere in voi un qualche motivo di curiosità, per cui possiate pensare che possa valere la pena ascoltarla. Allora, in mancanza di teorie o concetti profondi da sviscerare, proverò a portare qualche esperienza, come il fantino o il pilota, che ricaverò dalla mia biografia… da dove se no? La storia personale di chi va in scena e recita o legge, e in qualche modo si esibisce utilizzando la sua presenza, la presenza scenica, è molto importante, in qualsiasi lingua si legga o si reciti. E non lo dobbiamo ignorare, cosa che qualche volta si fa, magari cercando di corrispondere a qualche modello generico e uniformato. Mi riferisco alla dizione, alla postura, alla “giustezza” di quello che si fa. La “giustezza”, il modello, il paradigma non esiste, o meglio esiste se indossato da ciascuno per sé: io leggerò sempre con la mia voce, il mio corpo, i miei occhi, il mio umore del momento, il mio immaginario ed il mio cuore, in qualsiasi lingua questo avvenga. Questi saranno i miei strumenti (che potremo affinare nel tempo, certo, ma questi sono) quindi al massimo sarò “giusto” secondo me, e di questo, che chiameremo “testimonianza” come via artigianale, privata, per la trasmissione delle competenze, poi ne parleremo più diffusamente. Il mio personale avvicinamento alla lingua friulana risale al 1996, quindi tardi, avevo già 36 anni, e corrisponde ad una folgorazione. Letteralmente. Certo ho cominciato alla grande. Ebbi la straordinaria fortuna di partecipare all’allestimento dei “Turcs tal Friul” di Pier Paolo Pasolini preparato per la Biennale Teatro di Venezia da Elio de Capitani. Quell’esperienza mi consegnò come una bomba e con grande chiarezza molte consapevolezze, ma almeno due fondamentali e utili a questo nostro disquisire di oggi: la consapevolezza di un valore e la consapevolezza di un’appartenenza. All’interno di quel progetto c’erano grandi personaggi del mondo del teatro, che poi era in quel tempo tutto il mio mondo; penso a Elio de Capitani, a Lucilla Morlacchi, a Giovanna Marini. E da loro proveniva certo un amore sconfinato per Pasolini, ma anche un rispetto e una considerazione altissima della lingua friulana, infinitamente maggiore di quanta ne portassero allora tutti i quaranta componenti la compagnia; alcuni di loro, pur essendo friulani, non parlavano friulano, ed io ero fra questi. Come spesso succede è lo sguardo distante che permette di mettere meglio a fuoco, e quello sguardo per me è stato rivelatore. La consapevolezza di un valore e di un’appartenenza. Un valore, visto, riconosciuto, negli occhi di persone che ammiravo molto, e che per me era una novità. Ma quel valore mi riguardava, in qualche modo. Quelle parole erano materia mia. Erano le zie nelle chiacchiere del caffè, erano i parenti contadini che avevano la stalla ad Alnicco, era improvvisamente la spiegazione di un’identità e in qualche modo la comprensione di un’eredità. Ecco chi ero e cosa possedevo. Ecco cosa e a chi appartenevo. Ecco che cosa mi mancava. Per me, cresciuto in città, figlio di una generazione di piccola borghesia che dentro il boom economico aveva rifiutato il friulano considerandolo lingua contadina e povera, ecco la rivelazione. E la sorpresa. La cultura borghese friulana è per gran parte insipida, a-specifica, generica. È una cultura non identitaria. Le borghesie sono simili fra loro. La loro massima aspirazione è assomigliarsi, uniformarsi. Infatti oggi tutti pretendiamo di studiare l’inglese. Per poterci assomigliare tutti. Per annullare le differenze. Non le differenze di classe, non le differenze su base economica – anzi quelle aumentano – annullare le differenze culturali. Omologazione. Le culture contadine e le lingue minoritarie invece sono differenti tra loro molto di più. Vivaddio. Da allora vedo la difesa del friulano in quanto lingua minoritaria come rappresentativa della difesa di tutte e di ciascuna lingua minoritaria, perché ho capito la potenza identitaria che porta con sé una lingua materna. Di ciascuna lingua materna. Ho capito la forza che dà il senso di appartenenza ad una terra, ad una cultura, ad una lingua. Ho creduto anch’io in passato di essere “cittadino del mondo”. Ma ho capito che “cittadino del mondo” è una fase successiva: si può diventare cittadini del mondo solo se si sa chi si è, da dove si viene, chi sono i propri antenati, quali sono le proprie radici. Hannah Arendt dice: “Esiste una differenza incredibile tra la lingua materna e un’altra lingua (…) Non esistono  alternative alla lingua materna (…) perché la creatività linguistica viene amputata quando si dimentica la propria lingua”. Fantastico: la creatività, è amputata quando si dimentica la propria lingua materna. Non ci sono alternative. Attenzione, insisto nel dire che questo vale per ogni lingua materna, e quindi vale anche per il friulano. Non per chiudersi, naturalmente, ma per aprirsi, per incontrare le persone. Le lingue diverse, le identità diverse, sono ponti, non muri. Sono modi di incontrarsi. (…) Concentriamoci sul friulano se non per i bambini che in età neonatale e scolare hanno una capacità di assorbimento enorme, per i poveri lettori, quelli che saranno i poveri lettori, che sono il nodo centrale del progetto Nassuts par lei. Quali caratteristiche deve avere il lettore in lingua friulana, allora? Quali caratteristiche “specifiche” intendo… e non parlo di tutte quelle caratteristiche che già sappiamo servire per leggere in italiano ed in qualsiasi altra lingua del mondo: vocalità, respirazione, espressività, postura, articolazione. Poche. Una. Deve sapere il friulano. Ma nonostante tutti i tentativi fatti di uniformare i friulani e di comporre una sola lingua, un solo modo di scriverla e pronunciarla, il friulano rimane una lingua in cui le varianti sono fondamentali per la parlata, per la scrittura e quindi anche per la lettura. Quale friulano quindi? Tutti, verrebbe da dire. Perché il friulano della Koinè, friulano costruito per essere una lingua “sovranazionale”, sopra tutte le varianti, ha certamente motivazioni che capisco e condivido, sul piano teorico, ma penso che dal punto di vista del fantino, il punto di vista di chi la lingua poi la deve masticare, digerire, se ne deve impadronire per poterla poi restituire all’ascolto in una “nuvola sonora” che produce bellezza, emozione, interesse in chi ascolta, il risultato non sia ancora soddisfacente. E allora è difficile, il friulano. La scrittura è difficile, le lettura è difficile. Ogni variante, quasi ogni autore produce oltre alla sua lingua poetica, personale, al suo stile specifico, unico, di scrittura, anche una sua lingua differente a seconda della sua provenienza sul territorio. Ecco forse se possiamo trovare una specificità del leggere in friulano rispetto all’italiano è che il lettore ancor di più deve davvero adattarsi ad un servizio totale. Leggere in friulano vuole sempre dire “sottomettersi a un ordine”. La libertà non è assoluta, non si può leggere facendo quello che si vuole. Oltre che con il significato, che evidentemente non si può stravolgere, non lo si può fare nemmeno con la lingua. Si deve accettare una disciplina particolare. Studiare molto. Studiare proprio la singola variante che si intende leggere. Il lettore è un intermediario. Attraverso di lui e attraverso la sua emozione passa la storia, innanzittutto, poi l’autore e la lingua. L’intermediario in friulano (il lettore in friulano) è un veicolo, attraverso cui passa una lingua minoritaria. Ha un compito in più, questo sì. Molto importante, direi, perché nel momento in cui egli legge, indossa e contiene una storia con la “s” minuscola ma anche la Storia con la “S” maiuscola che per lo più è quasi sconosciuta, perché la storia di pochi, la storia di una minoranza, una storia vista dai pochi che poi hanno avuto la possibilità e la voglia di scriverla. Anche a scuola, si tende ad identificare l’insegnante con la materia; e allora si identifica il lettore che legge ad alta voce con la lettura oggetto dell’azione del leggere. E con la lingua che porta con sé. E quella lingua, anche se non è la lingua materna dell’ascoltatore, diventa, per un momento, la lingua materna del lettore. Acquista, tramite la presenza e la funzione della lettura, lo “status” di lingua materna di qualcuno. Ed ecco che veniamo al concetto accennato in precedenza, quello dell’esempio. Della testimonianza. C’è qualcuno (questo vale soprattutto per i bambini che ascoltano ma non solo) che si è preso la briga di saper leggere in friulano. E lo fa. Dimostra così che si può fare. Facciamolo. Diamo l’esempio. Portiamo la nostra testimonianza. In quel momento, mentre un lettore (meglio, molto meglio se è un genitore, un nonno, uno zio, ..) la lingua si incarna. Diventa concreta. Ha un corpo e una voce. È lingua viva. Insisto, vale per qualsiasi lingua. Incarnandola e solo incarnandola si può anche trasmetterla. Se questo qualcuno che incarna e trasmette è un genitore, il segno nei confronti dei figli sarà definitivo. Indelebile. Sarà una possibilità futura, una prova concreta, incarnata appunto, dell’esistenza di un’identità, di un’appartenenza. Mi permetto di restare ancora qualche momento sulla questione della testimonianza. L’insegnamento non passa (o passa meno) attraverso la teoria, ma passa, si trasmette attraverso l’esempio. “Val plui la pratiche che la grammatiche”. La testimonianza personale e singolare è l’unico vero modo di trasmissione di una passione. Chi vuole trasmettere ai ragazzi l’amore per la lettura e per una lingua deve per primo amare la lettura e quella lingua. Credo di aver detto la banalità più grande del mondo, non c’è n’è una uguale. Però è una cosa che io cerco di ricordare spesso a me stesso, così la ricordo, di sfuggita, anche a voi. (…) Quando leggiamo in friulano ci troviamo in una condizione che adoperando l’italiano non capita quasi mai. Ci possiamo trovare in condizione di avere davanti a noi un uditorio in cui molti degli ascoltatori non capiscono la lingua. O comunque ci troviamo davanti a livelli di comprensione diversi: chi lo sa benissimo, chi non lo sa per niente, e tutte le vie di mezzo possibili. Che fare? Qui ci sono evidentemente due soluzioni diverse per ragazzi o gli adulti. Degli adulti non mi preoccupo. Affari loro. Spesso nelle serate di lettura che mi capita di fare, ovunque, inserisco brani in friulano senza sapere se sarà capito. Confido da un lato nella mia capacità di utilizzare altri linguaggi per veicolare la comprensione (mimica, espressività, postura, vocalità) e dall’altro confido nella capacità dell’ascoltatore di ri-costruire le parti mancanti, seguendo la logica del racconto o del testo. Per i ragazzi il discorso è diverso. Si rischia di più. Io, per me, cerco di non lasciare indietro nessuno, di procedere sempre nella lettura accertandomi costantemente che gli ascoltatori mi seguano, passo a passo, però con alcuni punti fermi: non modifico il testo per abbassare il livello di difficoltà, mai. Non storpio le parole cercandone italianizzazioni che finiscono per essere né carne né pesce. Ripeto e traduco. Uso la lingua condivisa (che di solito è l’italiano), ripeto, traduco. Unisco le parole e le lingue. Io faccio così. C’è comunque il rischio che vada in niente l’emozione. E l’emozione nella lettura ad alta voce è importante. La scrittura, e la conseguente lettura è anche costruzione. Costruzione di uno sviluppo narrativo ed emotivo, ci un crescendo che dà modo a chi legge e a chi ascolta di entrare nella vicenda sempre di più dal punto di vista emotivo, di farsi capire, di condividere l’emozione che dalla lettura si genera proprio lì, nel tempo e nel luogo della lettura. Con l’accendersi dell’emozione si focalizza la storia, che si imprime nella memoria emotiva, che è memoria del corpo e del cuore oltre che della mente. Allora, ed ecco forse individuata la specificità propria della lettura in friulano rispetto all’italiano, per quanto riguarda le competenze del lettore: bisogna lavorare di più sulla tensione, su quel filo sottile di comunicazione ininterrotta, privilegiata che si crea nell’aria, sulla magia, sulla sospensione del tempo. Sul “filo teso” direi, volendo consegnare una definizione. È un filo fatto di sguardi, di attenzione, di “cattura”, di “rapimento”. E dentro quel rapimento (condiviso! – il medesimo rapimento riguarda anche il lettore) inserire, tenendo teso il filo, anticipando addirittura domande, interruzioni, tentennamenti attraverso una costante attenzione all’uditorio, attraverso un ascolto più puntale, più attento, fatto di sguardi, respiri, sospensioni, presenza, inserire, con migliaia di micro cenni di complicità individuale e collettiva, le spiegazioni, le traduzioni, le pause e gli altri codici. Ecco forse è così: il lettore che lavora in una lingua nella quale la comprensione logica dell’uditorio è incerta, deve ascoltare di più. Leggere ascoltando…»

E noi riflettiamo …
Una nota finale: rileggendo questo contributo, dopo averlo ascoltato dalla viva voce di Massimo, ci vengono alla mente alcune riflessioni e pensieri sui quali ci interroghiamo spesso nel lavoro del teatro per e con i bambini; pensieri che riguardano i linguaggi dei bambini e il nostro maneggiare adulto di questi stessi linguaggi. Credo che Massimo abbia centrato un punto importante con la sua ultima frase. I bambini non dispongono di meno linguaggi rispetto agli adulti. È che sono degli ascoltatori migliori e leggono ancora in tutte le lingue.

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Referenti e collaboratori attività educativa del circuito multidisciplinare Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia (Prosa, Musica, Danza)

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