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BABY PEGGY@teatroescuola

baby peggya cura di Omar Manini

Baby Peggy, al secolo Diana Serra Cary, √® uno dei personaggi pi√Ļ vivaci che il cinema muto ci abbia regalato. Bimba prodigio, con il suo sguardo furbo e la sua deliziosa indisciplina, √® stata protagonista di pellicole dal ritmo vorticoso e comicamente anarchiche.

Sempre alla ricerca di una soluzione non banale, fatalmente curiosa, era la combina guai per antonomasia, perfettamente a suo agio nell’indiavolato mondo delle screwball comedies degli anni ’20.
Oltre lo schermo, per√≤, in linea con¬† la miglior tradizione narrativa, si nascondeva una realt√† di sfruttamento e avidit√† che l’ha lentamente consegnata all’anonimato, alla povert√† e alla depressione.
Quella bambina, per√≤, aveva una marcia in pi√Ļ, ben oltre l’esuberanza puramente anagrafica, che le ha permesso di trasformarsi e migliorare costantemente: ora, alla soglia dei cent’anni, √® un’arzilla signora sempre impegnata – “sono cos√¨ dispiaciuta per il ritardo nel risponderle” si scusa con noi “ma sto lavorando al mio romanzo e questa cosa mi ha rubato tutto il tempo!” – ed eccezionalmente lucida che ci ha omaggiati con le sue riflessioni.

“Baby Peggy” esiste ancora o √® rimasta solo Diana?
Certo, esiste ancora!

Il suo rapporto con il tempo: lo considera un balsamo che lenisce o un peso che schiaccia? Si è mai sentita fuori tempo?
Il tempo mi ha fatta crescere, regalandomi la felicità! Non potrò mai sentirmi, o pensarmi, fuori dal tempo!

Lavoro, immagine, famiglia: odio o amore?
Mi piaceva il mio lavoro, ma sono cresciuta odiando la mia immagine. Sulla famiglia non dico nulla …

La famiglia può stimolare il bisogno artistico dei bambini o solamente la necessità degli adulti di vivere una seconda vita, magari di rivalsa?
La famiglia, in generale, √® certamente un’occasione per gli adulti ma, almeno nell’arte, non stimola assolutamente i bambini.

Per Baby Peggy, l’essere artista significava soprattutto obbedienza; quand’√® diventata anche un’intima espressione di se stessa?
Quando ho abbandonato la fanciullezza per diventare adulta. Solo in quel momento ho potuto sviluppare l’identit√† di me stessa.

¬†Come giudica l’impiego dei bambini nel mondo dello spettacolo? Cosa significa per lei il termine “infanzia”?
Lo spettacolo fatto dai bambini √® semplicemente un dovere verso gli adulti. “Infanzia” √® un concetto che non esiste, non riesco a definirlo!

I bambini vengono considerati come “pubblico del futuro” e non per quello che possono essere – sono – cio√® “pubblico del presente”, persone che necessitano da subito di nutrirsi d’arte …
Guardi, io ho sempre vissuto il presente; per me non c’era e non c’√® alcun senso del futuro!

Attualmente il ruolo di teatro e cinema è paragonabile a quello vissuto da lei?
Non proprio, oggi ci sono molte pi√Ļ opzioni per l’intrattenimento.

Qual è la sua eredità artistica?
Ogni cosa fatta, cinema, teatro, scrittura: quindi Baby Peggy, ma anche Diana!

 

 

Post scriptum:

Omar ha avuto un’occasione speciale nel raccogliere questa breve intervista a Baby Peggy; e teatroescuola insieme a lui nel poterla accogliere¬†nel proprio blog.
In questo periodo stiamo immaginando¬†le diverse TRACCE¬†di ricerca che nasceranno dalla suggestione che il teatroescuola si √® dato per la prossima stagione 2017/2018: “prendersi cura: amare facendosi, materia, terra, cosa” e l’incontro con Baby Peggy non pu√≤ che alimentare le riflessioni sulla relazione fra l’arte e l’infanzia e soprattutto sul ruolo che gli adulti – insegnanti o famiglia che siano – assumono nel mediare, proporre,¬†riconoscere, incentivare, accrescere, curare il bisogno d‚Äôarte dei bambini oggi.
Nelle sue tante interviste, nei suoi documentari e nei suoi libri Baby Peggy dice di aver passato molta parte della sua vita come un nessuno: ciò che faceva era esattamente quello che le veniva richiesto dal padre che voleva realizzare i suoi sogni di attore attraverso di lei. E lei obbediva, faceva esattamente quello che le veniva chiesto. Dice anche che non c’era mai alcun piano, progetto che prevedesse una versione adulta di lei, non c’era menzione del fatto che un giorno sarebbe diventata adulta e avrebbe deciso cosa fare della sua vita. Perfino il primo marito aveva sposato la bambina e non voleva vedere la donna.
Baby Peggy per tutta la sua vita adulta si √® impegnata per veder riconosciuti e tutelati i diritti dei bambini lavoratori dello spettacolo in un tempo e in un ambiente – ¬†la Hollywood degli Studios cinematografici – che maneggiava l’infanzia con pochissima cura. La¬†considerazione, la cura, dell‚Äôinfanzia come et√† di diritto – anche nel lavoro d’artista – √® cambiata rispetto alle condizioni non solo economiche ma sociali e psicologiche che Baby Peggy¬†ha vissuto all‚Äôinizio del secolo scorso o siamo sempre allo stesso punto?
Scorrendo i canali televisivi di oggi ci si imbatte in molte trasmissioni dove i bambini sono protagonisti con i propri talenti: Standing ovation, Io Canto, Mia figlia √® una cheerleader, Little miss America, Junior¬†Bakeoff, Junior Master chef…¬†Il loro pubblico d’elezione sono i bambini e le famiglie. E i bambini e le famiglie sono anche l’ambiente¬†di reclutamento “artistico” di¬†questi programmi. ¬†Se Baby Peggy doveva¬†essere nella mente dei produttori la rappresentazione dell’infanzia del suo tempo, della leggerezza, della purezza e della gioia, che infanzia ci curiamo di immaginare oggi attraverso questi prodotti? che societ√† si specchia in questi schermi?
Le molteplici forme d’arte e di espressione – musica, blog, games – accolte e amplificate dalla rete pullulano di talenti poco pi√Ļ che adolescenti a capo di incredibili gruppi di lavoro artistici e di imperi commerciali da deposito sulla collina e piscina di monetine alla Paperon de’ Paperoni. Pare che facciano tutto da soli, ma poi, gratta gratta, cerca cerca, uno un po’ pi√Ļ adulto che coordina, gestisce, valorizza e propone questi artisti lo si trova quasi sempre.
E anche noi, quando facciamo fare teatro, musica o danza ai bambini, a scuola, al campo estivo, al Liceo, nei pomeriggi d’inverno, cosa stiamo facendo? di chi e di cosa ci stiamo prendendo cura?
Insomma, fra le tante tracce, consegniamo alle vostre riflessioni anche questa impronta, dalla frangetta nera e i ciuffi a virgola, che ci provoca con la stessa pratica saggezza degli stregoni tolkeniani.

S.C.

 

 

 

 

 

 

 

 

About The Author

Referenti e collaboratori attività educativa del circuito multidisciplinare Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia (Prosa, Musica, Danza)

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