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Ariella Reggio e Marcela Serli

Ariella Reggio e Marcela Serli (foto Agnese Divo)

Il teatro è vita
Abbiamo avuto l’occasione, ancora una volta grazie al Teatro Comunale di Monfalcone, di poter incontrare due nomi importanti del teatro contemporaneo e di confrontarci con loro sui temi delle nostre riflessioni.
Ariella Reggio e Marcela Serli erano in questi giorni in scena a Monfalcone con Buonanotte mamma (premio Pulitzer 1984), uno spettacolo su testo di Marsha Norman, tradotto da Laura Purino, per la regia di Serena Sinigaglia e prodotto da La Contrada. Teatro Stabile di Trieste. Una piéce di un’intensità emotiva devastante (e lo diciamo senza alcuna esagerazione!) tanto più se affidato a due attrici così meravigliosamente emozionanti come Ariella e Marcela.

Siamo arrivati a Teatro quando, nel pomeriggio, era in corso nel Foyer l’incontro delle due attrici con il pubblico (organizzato dall’Amministrazione del Teatro e dall’Associazione “Per il Teatro di Monfalcone”) e abbiamo subito percepito la grande forza comunicativa delle due artiste. Due donne diversissime, ma in grande sintonia: Ariella Reggio (che è un’icona del nostro teatro da decenni) ha la dolcezza e la solarità di una mamma “di una volta”; e insieme la saggezza e la lucidità di un’artista di rango, sensibile e matura. Marcela ha un modo viscerale di porsi, si fa sentire “fisicamente” quando si esprime, parla, racconta e ricorda le sue esperienze: un Gianburrasca cresciuto e intelligente. L’incontro è stato bello, caldo, appassionato e appassionante, e mentre ascoltavamo provavamo a immaginarci come sarebbe stato di lì a poco quando, finito l’incontro, avrebbero ascoltato le nostre domande. Un grande sorriso ci si è aperto quando Ariella ha risposto a un intervento del pubblico, quasi “candidamente”, dicendo che “il teatro è vita”: perchè cambia ogni sera e questo significa che ci sono delle emozioni, perchè ogni battuta può essere detta sempre in modo diverso, perchè ha bisogno di tempo e di tante prove per essere “digerito” dagli interpreti, eppure, in ogni momento del percorso ha sempre qualcosa di nuovo da dire.

Sono state gentilissime quando, poco dopo l’incontro, nei camerini, le abbiamo “rapite” al loro lavoro (le aspettava una lunga prova di memoria prima di andare in scena) per le nostre domande…
Marcela: tu hai fatto un po’ di Teatro Ragazzi: come è stato per te, e come ha influito sul tuo modo di essere attrice?
Sì, ne ho fatto poco, solo due spettacoli, e tra loro molto diversi. Uno era di teatro di narrazione ed era uno spettacolo che poteva essere tranquillamente “letto” anche dagli adulti. Era una forma che rendeva rituale il teatro, un modo quasi antico di guidare la scena, che aveva poco, forse, della sensibilità del Teatro Ragazzi ma aveva il grande vantaggio di voler riabituare i più giovani all’ascolto, ai tempi più lenti, ad uscire dai ritmi, i rumori, le immagini violente cui solitamente li invitano altri mezzi. L’altra produzione era invece di grande impatto, uno spettacolo aperto, espressivo, vicino al teatro da strada, anche con qualche elemento di clownerie. In entrambi i casi, quando ho avuto a che fare con i più piccoli, ho avuto conferma di cosa deve essere per me il teatro (e i bambini in questo senso sono molto esigenti e te lo chiedono!): la verità. Il teatro è uno specchio di cose vere, è una struttura che si modifica con te e che vive e rende vivi quelli che lo fanno. È necessariamente finto, perchè è uno strumento, ma non deve assolutamente essere falso.

Anche tu, Ariella, molti anni fa hai lavorato nel Teatro Ragazzi …
Certo, ne ho fatto … era la metà degli anni Settanta: la situazione era completamente diversa rispetto ad oggi, e forse all’epoca il Teatro Ragazzi era, come oggi sono i teatri di innovazione, una palestra per le nuove sperimentazioni, un teatro di ricerca e di grande avanguardia dove si osavano esperimenti che non si riusciva ad inserire nei circuiti teatrali “normali” – e Marcela commenta che anche in Argentina, il suo Paese, il Teatro Ragazzi è stato così per molto tempo.
Poi per un periodo si è tentato di contaminare il Teatro Ragazzi con l’animazione, di farli convivere: ma è un connubio che non ha funzionato, e non può funzionare…
Per quanto riguarda noi attori: credo che il Teatro Ragazzi vada fatto esattamente come il teatro “dei grandi”, che il linguaggio debba essere lo stesso e non modificato perchè sai di avere in platea dei bambini. Troppo spesso con i bambini si tende ad usare modalità espressive ridicole o vezzeggiatorie, e si finisce per trattarli da stupidi, cosa che essi assolutamente non sono.
In ogni caso, gli spettacoli per ragazzi di allora erano più vicini nelle modalità a quelli per gli adulti di quanto sia oggi: ricordo un bellissimo Marcovaldo [per maggiori informazioni clicca su contradateatroragazzi.it n.d.r.] cui ho preso parte … durava due ore (che per i bambini è davvero molto) e tutti gli adulti (maestre, genitori) pensavano fosse troppo lungo, troppo impegnativo. Quando gli insegnanti hanno dovuto chiamare a raccolta i ragazzi per riportarli a casa sul finire dello spettacolo, loro non volevano venire via, continuavano a guardare il palcoscenico e noi attori … molte volte i bambini ci sorprendono, hanno reazioni inaspettate.
Ricordo che una volta a Muggia eravamo riusciti a far arrivare perfino Lindsay Camp, con il suo Mr. Punch’s Pantomime (ispirato al nostro Pulcinella, ma con toni tutt’altro che comici). Con la consueta geniale follia, Camp nella sua regia aveva previsto che l’attore protagonista, dall’aspetto tetro e spettrale, catturasse tra il pubblico un bambino e lo portasse sul palcoscenico. Così successe, e il bambino “prescelto” cominciò a urlare, a piangere, a dimenarsi. Ovviamente fu un caso clamoroso, con genitori sull’orlo della denuncia, organizzazione in crisi per non aver potuto prevedere l'”incidente”, scuse pubbliche e grande rumore: ma il giorno successivo, alla replica dello spettacolo, il bambino in questione era di nuovo lì, in platea, sorridente e … in attesa di farsi nuovamente catturare! In fondo però non dovremmo tanto stupirci: le favole sono tra i racconti più violenti che si possano leggere, e i bambini stessi possono essere violenti, senza rimanerne sconvolti.
I più piccoli sono sempre, per chi recita, il pubblico più sincero. Per questo credo che il modo di fare teatro debba essere lo stesso …penso che se davanti hai come pubblico un bambino, lui è lì, per quello che è, ti “chiede” le cose spontaneamente. Quando invece il pubblico è adulto, paradossalmente, la cosa che si dovrebbe riuscire a fare è proprio “tirar fuori” dall’adulto il bambino che è in lui per farlo diventare uno spettatore ottimale.
Marcela interviene e ricorda l’intervento (illuminante!) di un bambino durante un incontro: “Secondo me il teatro è più bello della televisione perchè in teatro si sbaglia!”.

Ariella, Marcela: che cos’è per voi il racconto? Come raccontate e come vi raccontate?
Raccontare è molto diverso da raccontarsi, specialmente per chi fa teatro. A raccontare se stessi si rischia sempre, si confonde il mezzo con il fine e si può diventare autoreferenziali. Per noi raccontare “è” il teatro: il teatro di narrazione, quello di Paolini, di Celestini, è una cosa diversa. Il racconto, nel teatro come quello di Buonanotte mamma, viaggia da solo proprio grazie allo strumento stesso del teatro. In questo senso il teatro è vita, perchè “dà” vita: ai pensieri, ai sentimenti, alle parole, alle espressioni. E così esce spontaneamente anche il racconto. In fondo nella vita ogni giorno chiunque di noi fa teatro: una mamma che prepara la festa di compleanno per il bambino, che spegne la luce e fa arrivare la torta … è una ritualità che con dei gesti vuole comunicare qualcosa.

 

 

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Referenti e collaboratori attività educativa del circuito multidisciplinare Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia (Prosa, Musica, Danza)

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