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Antonella Questa @ teatroescuola

Un sacchetto d'amore_Antonella QuestaIntervista a cura di Omar Manini

Antonella Questa: formazione da farmacista, vocazione d’attrice comica e, prima di tutto, persona sensibile e analitica che trasforma le nostre distorsioni in percorsi teatrali multiformi e stratificati. Naturalmente disponibile, empatica, simpatica. Un vulcano di idee e d’amore per questa nostra vita sghemba e sgangherata.

I tuoi inizi a teatro?

Si può dire che io abbia iniziato a tredici anni, insieme ad alcuni compagni di classe delle medie, con il prof. di ginnastica che coinvolse Paola Roman, attrice molto brava. Ogni anno facevamo due, tre spettacoli e ho avuto la folgorazione: volevo fare proprio quello!

Hai mai fatto teatro per ragazzi?

Certo, all’inizio ho fatto un po’ tutto il teatro possibile! Anzi, il consiglio che do a chi comincia è quello di fare di tutto per capire meglio quale strada seguire, trovare le proprie “corde”. È un bellissimo modo di fare teatro che mette in contatto con il pubblico di domani. Un’occasione imperdibile per chi lo fa e per chi lo riceve. Mi è successo anche in seguito di fare delle matinée portando i miei spettacoli nelle scuole, ma anche classici come “Gli innamorati” di Goldoni.

Qual è la strategia migliore per far appassionare i giovani al teatro?

Pur non facendo più teatro indirizzato principalmente ai giovani, mi è capitato di avere delle mamme che, dopo aver visto un mio spettacolo – nella fattispecie “Svergognata”, un testo sulle radici della violenza che poi subiamo, insomma tutt’altro che per bambini! – hanno voluto tornare alle repliche con i loro figli di dieci anni…

Penso che se sali su un palco e racconti una storia che riguarda un po’ tutti, e lo fai con sincerità, il messaggio arriva, diventa universale e trasversale, adatto ad essere ascoltato e capito da tutti.

Teatro è… ?

Guardi, su due piedi… un domandone! (ride) Raccontare storie, il teatro è l’erede morale del ruolo che avevano i nostri nonni nelle stalle: parlare di problematiche, cercare delle risposte individuali e comuni.

Il teatro per me è un gioco, come un gioco per l’infanzia: ci mettiamo insieme e raccontiamo delle storie che ci riguardano, ci coinvolgono, storie che muovono da dentro. Ecco, è il bisogno di ascoltare le storie e quello di raccontarle.

Il teatro colma, naturalmente, il bisogno di condivisione: in un’epoca in cui i ragazzi vengono messi davanti a un cellulare, escludendoli da una vera relazione, il teatro può essere un’occasione di relazione.

Quindi, il teatro insegna ad ascoltare per avvicinare a se stessi e, di riflesso, agli altri. Un modo di capire, accettare, evolvere; un luogo dove i difetti vengono spogliati e ribaltati diventando anche pregi. Un luogo dove la tolleranza si insegna e si impara nella comprensione della nostra uguaglianza di fondo.

Perché scegli il linguaggio comico per parlare anche di questioni drammatiche?

La risposta è semplice: io sono un’attrice comica, ho una mia comicità innata.

Mi è capitato di mettere in scena delle tragedie e scoprire che in certi momenti, per me drammatici, il pubblico rideva. Ci rimanevo male: “devono piangere!” pensavo… (ride)

Quindi ho dovuto fare pace con questo mio lato e mettermi al suo servizio.

Secondo me il linguaggio comico – però mai caricaturale, volgare, cabarettistico – permette di sollevare il giudizio su noi stessi e sugli altri e, con leggerezza, mettere in luce certi temi, certi aspetti. Ridendo, la persona si apre, diventa più ben disposta, fino ad arrivare anche a reazioni contrastanti come il pianto.

Come fiorisce la tua creazione artistica?

In me nascono delle immagini, spesso da situazioni che mi incuriosiscono; per esempio, anni fa vidi una donna molto grossa in aereo, la osservai e poi pensai ad una donna così in scena. A questo punto le cose si sviluppano su due binari: da una parte mi informo sul problema, dall’altra l’immaginazione lavora per accostamenti e paradossi. Infine le cose si uniscono e la realtà diventa un’invenzione verosimile che il pubblico riconosce, sente sua, come se l’avesse vissuta.

Io penso sempre di essere l’unica a vivere certe cose, le racconto e poi scopro, stupendomi, che anche voi avete quella suocera, quel marito, quel debole: scatta un riconoscimento che lega me al pubblico e il pubblico alla storia, per cui non vediamo l’ora di conoscerne gli sviluppi.

Penso che questi percorsi creativi richiedano molto tempo: ecco, il tempo è strumento utilissimo, è un balsamo, ma ci fa paura e ci illudiamo che possa essere fermato; succede che ci illudiamo per tante cose…

Noi nasciamo con dei vuoti che vanno accettati e che, invece, troppo spesso cerchiamo di dimenticare riempiendoli. Sull’accettazione e sulla sua difficoltà fa leva la società dei consumi, alla quale apparteniamo, creando delle dipendenze comportamentali: ti fa credere che staresti meglio se avessi l’ultimo modello di qualcosa quando, in realtà, manca la relazione con noi stessi e, di riflesso, con gli altri. Dovremmo dire “alt, vado a bermi uno spritz con gli amici, facciamo due chiacchiere”… magari facendo attenzione a non berne più di uno, altrimenti cadiamo in un altro tipo di dipendenza… (ride di gusto)

I ragazzi, oggi, sono vittime di qualcosa?

Di una certa aridità di fondo degli adulti, dei genitori: l’amore non si può mettere in dubbio, ma non viene trasmesso o non arriva, forse perché viene riversato in maniera falsata, travisata dal modello consumistico.

È la mia generazione che ha creato il vuoto, forse perché, per la prima volta, non abbiamo vissuto guerre, privazioni varie. Abbiamo vissuto invece una crisi inversa, quella della persona con l’arrivo del “commerciale” negli anni ’80: i favolosi anni ’80, dove tutto era possibile, tutto fantastico, bastava un niente e ci si divertiva, tutto edonismo puro, l’inizio della perdita del valore del lavoro, della conquista, sublimato poi nei ’90-’00 con i vari “grandi fratelli”. Oggi ci troviamo nel risultato di questo processo, acuito dalla necessità del lavoro, degli spostamementi… una sorta di vortice dove è facile perdersi o isolarsi in un’apparente autodifesa. Dovremmo riconquistare il valore del vuoto, premere “stop”, prenderci lo spazio per un silenzio consapevole e benefico. Ecco, il problema vero è che siamo tutti un po’ storditi! (sospira)

Antonella Questa è ospite delle Stagioni 2016/2017 di San Daniele del Friuli con UN SACCHETTO D’AMORE (produzione Laq-prod)

http://www.ertfvg.it/un-sacchetto-damore/

About The Author

Referenti e collaboratori attività educativa del circuito multidisciplinare Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia (Prosa, Musica, Danza)

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